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Terza giornata del Congresso Nazionale Forense: si votano le mozioni e scoppia la rissa

Non è bastata la giornata di ieri e il raggiungimento dell’intesa per il superamento dell’Oua a far sopire il conflitto fra le due principali anime dell’avvocatura. Aspettando il guardasigilli, il Congresso vota le mozioni politiche. I lavori sono condotti da Mascherin che, forte del risultato raggiunto ieri, gestisce con sicumera le votazioni. E, nonostante la strumentazione messa a disposizione dall’organizzazione del Congresso consenta la conta elettronica dei voti, le votazioni procedono per alzata di mano. Anche la scelta sulla modalità di deliberazione è stata assunta per alzata di mano, con Andrea Mascherin che interpreta con un colpo d’occhio il risultato. Brusio in sala. E quando interviene Giovanni Bertino dell’Anf deflagra la contestazione. Questo modo di procedere «non è degno dell’avvocatura, vogliamo trasparenza». Così, accusa il delgato del’Anf, «non siamo neanche in grado di capire chi esprime il voto, se  è un delegato o un semplice partecipante al congresso. Vogliamo chiarezza anche sui criteri attraverso i quali sono state ammesse, escluse o accorpate le mozioni. Non è modo questo». Mascherina registra glaciale i fragorosi applausi che si levano dalla platea: «abbiamo capito che c’è qualcuno d’accordo. Salutiamo l’Anf». E qui si consuma lo strappo. In blocco i delgati dell’Anf lasciano rumorosamente la sala e le votazioni procedono senza di loro senza che nessuno dal palco tenti di ricucire. L’uscita delimg_3060 gruppo di delegati non ferma la polemica. Quando Salvatore Lucignano, delegato del foro di Napoli di Nuova avvocatura democratica sale sul palco per illustrare la sua mozione viene subito fermato. Può parlare solo dell’ultimo punto, gli altri non sono stati ammessi perché «non attinenti al tema del congresso». Ma quando Lucignano chiede quali siano i temi del congresso Mascherin taglia corto: il congresso ha tempi stretti e – se vuole- può contestare ufficilamente la decisione già presa. Si conclude così, la prima parte dei lavori, con Lucignano che abbandona – anche lui – la sala. L’avvocatura, dichiara, «da anni non conosce democrazia». È guerra aperta.

Andrea Merlo

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