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Raffaele Cantone, Mr. Anac e la tentazione del supereroe

Ogni epoca ha i suoi eroi. Tramontato da tempo il mito di Garibaldi, sbiadita su vecchie magliette l’icona di Che Guevara, l’eroe dei nostri tempi si chiama Raffaele Cantone. Ovunque si annidi il malaffare, manco fosse Batman, è il suo intervento salvifico a essere invocato.

Già brillante magistrato anticamorra e volto Mondadori, dopo un breve periodo trascorso al massimario civile della Cassazione, al nostro uomo è stata assegnata la guida dell’Autorità Nazionale Anticorruzione. Da allora, la svolta. Non c’è questione su cui non venga interpellato. Il Paese è corrotto? Si chiami Cantone. Gli autobus di Roma tardano ad arrivare ? Perché non sentire Cantone… La Raggi deve fare la giunta? Va coinvolto Cantone, ça va sans dire! Da qualche giorno il rubinetto di casa mia perde. Ho provato a chiamare Cantone, ma è sempre occupato. Ma, si sa, è dura la vita dell’eroe. I nemici aumentano ad ogni passo e guai a darsi delle arie («non sono il salvatore della patria», è stata qualche giorno fa la sua fenomenale excusatio non petita).

Ospite dell’Università di Firenze, ebbe a prendersela con l’accademia, dichiarando che l’Anac è «subissata di segnalazioni su questioni universitarie, soprattutto sui concorsi» con cui vengono distribuite le cattedre. Senza rinunciare alla visione di sistema, il presidente dell’Anac ha aggiunto che «C’è un grande collegamento, enorme, tra fuga di cervelli e corruzione». Alle polemiche seguite a queste dichiarazioni Cantone ha risposto sabato scorso con una lettera a Repubblica nella quale espone la sua ricetta per combattere la corruzione e il nepotismo negli atenei. Ma gli universitari sono un nemico insidioso e Cantone ha commesso un errore marchiano: per suffragare la sua tesi ha sentito il bisogno di puntellarsi su studi pubblicati da Nature, nota e prestigiosa rivista  scientifica: «Non sono io ma riviste come “Nature” a mettere in relazione ingiustizie e fughe dei cervelli. Quegli studi dimostrano come ambienti in cui la selezione non premia effettivamente il merito scientifico, decadono, si chiudono in una dimensione provinciale e vengono abbandonati dai migliori talenti». Ma, sfidati sul loro terreno, gli accademici hanno avuto buon gioco nello smontare le accuse che gli sono state rivolte a Firenze e sulla rivista on line Roars (Return on academic research) gli hanno fatto il pelo e il contropelo. Gli è bastato andare a vedere cosa Nature dicesse in realtà per bollare come «bufala» (una «cantonata», sarebbe il caso di dire) il grido d’allarme lanciato da Cantone. «A che articolo si riferisce Cantone? Abbiamo cercato tra gli articoli scientifici nelle ultime annate di Nature, ma non eravamo riusciti a trovarlo, finché un collega non ci ha segnalato l’articolo a cui probabilmente alludeva Cantone». Il riferimento è ad un inciso contenuto all’interno di un articolo a firma di Alina Mungiu-Pippidi, dal titolo Corruption: Good governance powers innovation. La bibliografia dell’articolo – segnalano su Roars – contiene appena sei riferimenti tra cui: due lavori dell’autrice, un lavoro di un coautore (Nicholas Charron) e il Global Corruption Barometer 2013, un rapporto curato da Transparency International (della cui Network of Experts la Mungiu-Pippidi fa parte), secondo il quale, in ogni caso, nella sottoclassifica delle “mazzette” l’Italia risulta più virtuosa della Svizzera. Ad ogni modo, si compiacciono i redattori di Roars, «la ricerca negli archivi elettronici di Nature non è stata del tutto vana, perché ci ha restituito un interessante trafiletto risalente a meno di tre anni fa ». Il trafiletto in questione evidenzia come nelle graduatorie della qualità scientifica l’Italia avrebbe addirittura superato gli Usa, con tanto di grafici, dati e linee di tendenza. E tutto documentatissimo.

Certo, l’Università italiana non è un’isola felice. Il baronaggio universitario e la gestione clientelare degli atenei sono un fenomeno antico. Ma da qui a descriverla come la nuova emergenza nazionale ce ne corre. Non sarebbe il caso di abbandonare i toni sensazionalistici adoperati – buoni più per i titoli di apertura dei giornali, che ad affrontare veramente i problemi – e calibrare meglio dichiarazioni e pareri? E non sarebbe, soprattutto, il caso che Cantone cominciasse a guardarsi dal fare il tuttologo?

Andrea Merlo

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