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Carcere e detenuti, la grande rimozione

Facendo un giro per le carceri siciliane, scopri uno spaccato di vita, specchio della società esterna. Ed è così che ritrovi i disperati dei quartieri più poveri delle città, gli immigrati, i condannati per reati di mafia, le prostitute.

Fra le città e il carcere non c’è solo il muro di cinta per non fare fuggire i detenuti, c’è anche un muro invisibile. È il muro dell’indifferenza, della rimozione, «se la sono cercata, devono buttare le chiavi» questi sono i commenti di chi sta fuori, di chi pensa che il carcere riguarda gli «altri», i delinquenti.

Il carcere spesso veniva costruito, fuori dalle mura cittadine, anche se nel tempo quella periferia si è urbanizzata. Ciò nonostante, un muro invisibile, la gente passa a piedi o con la macchina e non “vede” il carcere. Lo rimuove, non lo vede e non sente neanche le voci che provengono da esso, i lamenti, le richieste di aiuto, di essere ascoltati.

Una delle cose fondamentali che manca nel carcere è l’ascolto. Nessuno  ascolta, non c’è tempo per ascoltare perché il detenuto è colpevole a prescindere, non c’è lo psicologo, manca il mediatore culturale, il personale della polizia penitenziaria è sottodimensionato e insufficiente per la miriade di servizi che svolge, pochi i volontari. Manca l’ascolto e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, tensioni, violenza, suicidi.

Durante le mie visite in carcere – che ho potuto fare come esponente di Antigone Sicilia – mi è stato chiesto di tutto, una visita medica, l’inclusione con altri detenuti, un televisore, un colloquio.

La città, non fa quasi nulla per loro, considera il carcere un corpo estraneo.

Parlare di rieducazione e di reinserimento è semplice eufemismo, la società rifiuta il detenuto e la famiglia del detenuto, i figli e la moglie devono pagare le colpe di chi si trova nel carcere. La scuola per un bambino è il primo impatto con l’esclusione della vita sociale. Siamo lontani dal modello europeo che vede carcere e società, insieme per recuperare socialmente chi ha sbagliato e per dargli una ulteriore possibilità.

Pino Apprendi

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