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Quando il terrore fa ombra alla libertà: il caso del bambino francese a cui il giudice ordina di cambiare nome

È noto come la scelta del nome da attribuire ad un figlio sia spesso un’impresa ardua, che alterna iniziali momenti di esaltante fantasia a progressivi scivolamenti dentro paludi infestate di problemi: bisogna conciliare gusti opposti, svincolarsi fra aspettative e pretese, evitare crisi coniugali e familiari (specie, per esempio, in quei contesti dove sono radicate tradizioni di perpetuazione dei nomi degli ascendenti).

Ma quando sei riuscito a individuare il bandolo della matassa, districandoti come il miglior contorsionista nella selva di sovrastrutture culturali che ti circonda, proprio quando pensi di aver trovato la soluzione, ecco che arriva anche lo Stato a chiederti il conto.

Così è accaduto nella libera e democratica Francia, dove la procura ha avviato una procedura per rimuovere il nome che i genitori avevano attribuito al loro bambino.

Ma come? Proprio nel Paese dove si sono fatte rivoluzioni per affermare e garantire le libertà civili si vuole vietare la libera scelta del nome da dare al proprio figlio?

Eppure in Francia vige piena di libertà di scelta del nome da assegnare ai propri figli.

Certo, se scegli di chiamare tuo figlio con il nome di un terrorista che ha colpito il territorio francese, per di più omaggiandone le gesta, forse qualche rischio di censura di questo genere avresti potuto anche aspettartelo.

E magari ti addebitano anche la commissione di un reato, come (in questo caso) l’apologia di terrorismo.

Hai dato così l’occasione per ricordarti che la libertà ha dei limiti e che con il tuo gesto presumibilmente (visto che la procedura è in corso) li hai travalicati.

L’attribuzione di un nome, infatti, non va relegata esclusivamente a un puro fatto estetico, ma ha la funzione di conferire identità all’oggetto o al soggetto nominato, collocandolo e identificandolo all’interno di una comunità di riferimento.

Non può essere lasciata completamente alla libera disponibilità delle persone, perché bisogna anche fare i conti con gli effetti che può causare nell’ambiente circostante.

Goethe diceva che: “Il nome di un uomo non è come un mantello che gli sta penzolante e che gli si può strappare o cacciare di dosso, ma una veste perfettamente adatta, o come la pelle concresciutagli che non si può graffiare senza far male anche a lui”.

Nel pericolo di questo “graffio” è intervenuta la Procura, esercitando una funzione parentale surrogata, per proteggere l’interesse del minore da un atto ritenuto pregiudizievole nei suoi confronti, che ingenerando nei consociati l’identificazione con i truculenti episodi connessi e impressi nella coscienza collettiva, determina forme di ghettizzazione ed emarginazione e, cosa ancor più grave e ingiusta (perché non riferibile al minore, visto che il nome gli viene imposto da altri), una progressiva assimilazione, nella psiche dell’emarginato, con l’ideologia sottostante al nome portato.

Dario Pagano

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