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Settant'anni fa si chiudeva il processo di Norimberga: quando la Storia va alla sbarra

Sui giornali di ieri è passata quasi inosservata una ricorrenza che suona come una rimozione. Settant’anni fa, il primo ottobre 1946, a Norimberga si chiudeva uno dei processi più controversi della Storia, che ha visto mettere alla sbarra i principali capi nazisti catturati dopo la seconda guerra mondiale. È stato il momento in cui i vincitori si sono fatti ragione sui vinti e hanno regolato i conti con la propria cattiva coscienza. Un tributo – forse necessario, è vero – alla pace, ma non privo di punti oscuri. Almeno se si guarda alla cultura giuridica su cui si fonda. Senza troppo concedere al crocianesimo, il nocciolo della questione si condensa probabilmente nelle parole di Benedetto Croce, il quale, nel 1947, osservava che «un tribunale costituito dai vincitori e non basato su norme preesistenti può solo definirsi strumento di vendetta e non di giustizia». Chissà, in ogni caso, se il verdetto fu alle altezze delle aspettative.

Il processo durò poco meno di un anno, fra deposizioni e testimonianze, sotto gli occhi di un mondo mutilato dall’orrore del nazismo e della guerra. La lettura della sentenza diede a quel dolore la misura del diritto. Dei ventiquattro imputati, dodici sono stati condannati a morte per impiccagione, tre gli ergastoli, due uomini sono stati condannati a vent’anni di prigione, uno a quindici e uno a dieci. Solo tre gli assolti, oltre ad un imputato che fu dichiarato incapace di affrontare il processo per ragioni di salute.

Ma dove il diritto e la Storia si intrecciano, il verdetto della Corte è quasi marginale. Il primo di ottobre del 1946 segna un punto di svolta nel diritto internazionale. C’è un prima e un dopo Norimberga.

In Italia la questione non si è posta, ché Piazzale Loreto ha consegnato il dibattito agli storici e l’elaborazione del trauma alla coscienza collettiva. «L’uccisione di Mussolini – per dirla con Wiston Churchill – ci risparmiò una Norimberga italiana». Ma a Norimberga la celebrazione di un processo ha creato una narrazione differente dei fatti. Ha consentito la presa in carico da parte dello Stato del racconto terribile dell’olocausto  ed ha avuto la funzione di ristabilire il patto infranto fra l’individuo e le istituzioni. L’esperienza narrata, come ci ha insegnato Hannah Harendt, diviene oggetto di comunicazione e permette di far entrare un avvenimento indicibile nella configurazione di un racconto. E «la possibilità di trasformare gli eventi in narrazione definisce precisamente la condizione dell’esistenza umana». A partire dal paradigma di Norimberga è maturato un ethos globale e concetti come genocidio o crimini contro l’umanità sono entrati a far parte della cultura giuridica contemporanea. Si è fatta strada l’idea che esistono dei doveri internazionali che trascendono l’obbligo di fedeltà al proprio Stato. Ogni individuo deve sapere che, per non aver rimproverato nulla, non basta l’aver dato attuazione a qualsiasi ordine provenga dal proprio sistema nazionale o da un proprio superiore. Alcune azioni costituiscono crimini contro l’umanità e non ci si può sottrarre alle proprie responsabilità invocando il fatto di avere rispettato un ordine.

Il processo di Norimberga, insomma, ha segnato una svolta imprescindibile. Non è stato «il diritto di un momento», ma «il momento di un diritto». Con questo bisticcio di parole il professor Lombois intendeva dire che quello è stato il momento in cui è nata una nuova forma di manifestazione del diritto, la giustizia penale internazionale. Senza Norimberga non sarebbero stati possibili processi storici come quello a Pinochet o Videla e non sarebbero stati istituiti i tribunali per i processi nella ex Jugoslavia e nel Ruanda. E non esisterebbe la Corte dell’Aia.

Resta comunque il sospetto che l’esercizio di questo tipo di giurisdizione sia in realtà un diritto imperfetto le cui forme cedono, in fin dei conti, alla ‘funzione’ perseguita: quella, cioè, di permettere la riconciliazione e ricucire gli strappi prodotti all’interno della società, che è cosa ben diversa dalla pace o dalla sanzione. Serve a dare un tribunale – rubando ancora allo sguardo della Arendt – a quei crimini che, per la loro enormità, «sappiamo di non poter né punire né perdonare», che «trascendono il dominio delle cose umane e le potenzialità del potere umano».

(Amer)

 

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