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L’outfit da udienza, 2.0 (l’evoluzione)

È bastata una sola mattinata in Tribunale, dopo la stesura del nostro primo approfondimento sull’outfit da udienza, per renderci conto di una cosa: 5 regole sono poche. Anzi, pochissime.

Per la precisione, sono bastate due ore di attesa per il rilascio di una copia esecutiva di un decreto ingiuntivo, per accorgersi che di regole ancora non scritte (purtroppo) ce ne sono una infinità.

Ammettiamo che siamo stati rigidini sulle scarpe, soprattutto per le donne: ok avete ragione décolleté nere o sabbia è troppo limitativo.

Ma, oggi, ci soffermiamo sugli uomini che, alla luce dell’ultima incursione in Tribunale, ci sembrano quelli più bisognosi di qualche dritta (anche se in realtà sono i meno fotografati su Avvochic e choc).

Regola n. 6: la regola dell’abito perfetto.

Circa il 90% degli uomini entra in Tribunale in vestito. Circa il 30% ha scelto di indossarlo correttamente.

La linea di un abito maschile ha lo scopo di valorizzare la vostra figura e deve calzarvi “a pennello”, da qui i i punti chiave da non omettere mai:

  • spalle: devono essere abbastanza ampie da permettere alle maniche di scendere liberamente e perpendicolarmente, ma non devono essere troppo larghe da ingrossare la figura;
  • manica: la regola aurea vuole che la manica sia lunga al punto giusto da lasciare intravedere sempre il polsino della camicia di qualche millimetro (quando il braccio è disteso lungo i fianchi) o di un centimetro (quando il gomito è piegato all’altezza dello stomaco);
  • busto: può abbottonarsi anche quando siete seduti? Allora è larga al punto giusto.

Detto questo diciamo no a giacche che sembrano felpe e ad abiti senza forma.

Ma abbiamo un altro no secco: il no all’Abito beige di lino.

Pensate di essere alla moda il 10 luglio con l’abito beige di lino in Tribunale?

Fatevene una ragione. È decisamente un outfit senza speranza, senza appello, senza perdono.

Non oso chiedere cosa vi spinga a indossarlo coraggiosamente ma, se non ve lo hanno regalato, potete spiegarmi (motivando come se fosse l’atto di citazione della vostra vita) cosa vi ha spinto ad acquistarlo?

Analizziamo il binomio “beige” e “di lino”. Mi viene in mente subito l’idea di “stropicciato”.

Pensateci. Il tempo di sedervi in macchina o di prendere la moto e già l’abito (beige di lino) lo potete portare in lavanderia. E, volendo, lo potete lasciare lì. Per sempre.

Mi sono poi resa conto che, oltre alla categoria di coraggiosi che lo indossano consapevolmente, abbiamo anche la categoria degli impavidi (tipo Mel Gibson in “Braveheart”): quelli che abbinano al beige colori incredibili. Tipo abito beige e camicia glicine, abito beige con camicia chiara e cravatta viola.

Anche qua: perché? Attendiamo con ansia le vostre risposte (o, meglio, il vostro miglior atto di citazione sul punto).

Regola n. 7: l’orlo del pantalone.

Questa regola, in realtà, cela un tabù.

Perché, e la statistica certamente non può che confermare tale dato, almeno l’80% dei colleghi uomini circola per le aule dei Tribunali con il pantalone non accorciato bensì arrotolato sul collo della scarpa.

Ma perché? Cosa osta il rifacimento dell’orlo del pantalone? Misteri.

Come disse una volta un acuto cultore della sartoria, “la piega deve baciare la scarpa senza fidanzarsi”.

Ergo, banditi i malleoli al vento così come pieghe che abbondano in maniera gargantuesca sulle scarpe.

Regola n. 8: no al calzino bianco.

In Tribunale come nella vita il calzino bianco è stato, già da tempo, più che abolito direi cancellato dalla memoria dell’uomo. Eppure si cela là, quando meno te lo aspetti …tac! Il calzino bianco rappresenta il trionfo dell’orrore (e dell’errore).

Ciò nonostante capita spesso di incontrarlo in Tribunale alla prima gamba accavallata.

E la giornata è finita.

Regola n. 9: la borsa da udienza.

Sgombriamo il campo da un pregiudizio: la ventiquattrore l’abbiamo ricevuta tutti per la laurea e ci sentiamo moralmente obbligati ad utilizzarla.

Diciamo “moralmente”, perché, se è vuota la possiamo pure lasciare in studio.

A volte ci sembra di vedere più borse vuote in Tribunale che avvocati (w il processo telematico).

Ah, dimenticavamo: se potete lasciate (proprio a casa) il borsello. Grazie.

Regola n. 10: le scarpe (di nuovo).

Ok siamo stati rigidini con le scarpe, soprattutto per le colleghe.

Effettivamente la scelta delle décolleté è riduttiva. Non amate i tacchi? Promosse anche le scarpe (sobrie) basse: mocassini, ballerine. No secco per stivaletti e biker e anche al tacco 12 a spillo.

E, chiaramente, no alle ciabattine (da mare) e no alle zeppe di sughero (orrore).

Insomma, di orrore in orrore, questa rubrica potrebbe continuare all’infinito, ma forse è saggio non assecondare il cattivo gusto dei colleghi e piantarla qui!

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