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Abolire il carcere ? Una «ragionevole proposta». Ne discutono Luigi Manconi e Giovanni Fiandaca

Palermo, 14 ottobre – Da un lato la Costituzione e il suo articolo 27, secondo il quale la pena non può comportare trattamenti « contrari al senso di umanità » e deve «tendere alla rieducazione del condannato», dall’altro la cruda realtà, fatta di carceri che scoppiano e continue violazioni dei diritti umani. Uno scarto intollerabile. Di qui una proposta che, se non fosse così ben argomentata, sembrerebbe una provocazione, una boutade : abolire il carcere.

Ne hanno discusso oggi pomeriggio, nell’ambito del “Festival delle letterature migranti” organizzato a Palermo, due studiosi appassionati, Luigi Manconi e Giovanni Fiandaca. Professore di sociologia dei fenomeni politici, presidente della commissione per la tutela dei diritti umani del senato e fondatore di «A buon diritto. Associazione per le libertà», il primo ; ordinario di diritto penale e Garante per i diritti dei detenuti per la regione Sicilia, il secondo.

unknownManconi, che da anni ha messo il rispetto della dignità delle persone private della libertà personale al centro del suo impegno di studioso e di politico, entra subito nel vivo del problema, spiegando perché l’abolizione del carcere è «una ragionevole proposta per la sicurezza dei cittadini, che ne avrebbero tutto da guadagnare». L’argomentare del presidente della commissione diritti umani del Senato è inesorabile, fatto di dati, numeri, statistiche ed immagini, quelle della vita carceraria, che non possono lasciare indifferenti.

2368 le persone morte nelle carceri italiane negli ultimi 15 anni. Circa un terzo di queste, hanno scelto volontariamente di togliersi la vita. «Il carcere è patogeno. Produce malattia, stress, depressione e morte. All’interno delle strutture penitenziarie il tasso di suicidi oscilla tra il 15 e il 17% in più rispetto a quanto non avvenga fuori dagli istituti di pena. Con l’aggravante che fra gli uomini liberi questa percentuale riguarda soprattutto persone che si aggirano intorno ai 60 anni, mentre in carcere la fascia d’età coinvolta è composta da persone che hanno fra i 25 e i 40 anni».

La violenza della galera peraltro colpisce tutti, non solo i detenuti, mette in guardia Manconi : «c’è un dato micidiale che di solito viene taciuto: negli ultimi dieci anni all’interno del sistema carcerario si sono suicidati più di cento poliziotti penitenziari». Un ulteriore conferma del fatto che il carcere è un «elemento patogeno», conclude il senatore.

Il nostro sistema penitenziario – aggiunge Manconi – oltre a frustrare la propria vocazione alla risocializzazione del condannato, è pericoloso e dannoso. E «non solo perché mortifica la dignità umana, ma perché quella mortificazione si realizza in una struttura – fisica e mentale – che riproduce all’infinito meccanismi criminali, che rovinano vite in bilico tra la marginalità sociale e l’illegalità, perdendole definitivamente». Il carcere, chiosa, è uno «strumento criminogeno. Il 69% delle persone che scontano la propria pena in carcere torna a delinquere», mentre per coloro che scontano pene alternative il tasso di recidiva è del 19%. E se si considera che –come conferma l’amministrazione del Dap – solo il 10% dei reclusi è socialmente pericoloso, vuol dire che tutti gli altri potrebbero scontare la propria pena fuori da istituti carcerari, con grande beneficio anche in termini di prevenzione del crimine».

«Manconi ha ben evidenziato, anche attraverso dettagli fisici e penosi, come il carcere sia nella maggior parte dei casi un’istituzione socialmente dannosa», si inserisce senza soluzione di continuità Giovanni Fiandaca. La sua analisi, infatti, non è meno impietosa di quella del fondatore di Altro diritto. «Talvolta accade che in carcere qualcuno riesce ad avere delle opportunità di riscatto, ma questo si verifica in pochi casi e non perché la vita carceraria sia strutturalmente idonea a questo, ma grazie a circostanze fortuite che magari un direttore illuminato o un buon educatore sanno valorizzare». Ma in generale è vero il contrario : si tratta di un’istituzione che «desocializza più di quanto non risocializzi e diseduca più di quanto non educhi». Un aspetto, questo, molto caro al penalista : «per evitare che si traduca in mera retorica declamatoria, la rieducazione va intesa in senso molto concreto, approntando corsi di apprendimento veramente professionalizzanti». L’attuale capo del Dap Santi Consolo, conviene Fiandaca, sembra che stia lavorando in questa direzione. «Speriamo che riesca a portare avanti le misure che ha programmato. Mi sento però di dire che le strutture degli istituti penitenziari sono inadeguate per affrontare programmi rieducativi veramente efficaci». Serve spazio e servono risorse, anche sotto forma di nuovi educatori e assistenti psicologici, conclude. Il trend degli ultimi anni, invece sembra che vada in direzione opposta, con il risultato che all’interno delle carceri il disagio psicologico tende a cronicizzarsi.

L’insieme di tutti questi fattori porta Fiandaca a sostenere che «il progresso del sistema sanzionatorio non può essere tradotto semplicemente in un carcere migliore, che pure auspichiamo. Piuttosto, la detenzione va il più possibile ridotta a questi casi in cui la sorveglianza intramuraria e necessaria o utile. Ma per la maggior parte dei reati è auspicabile che si implementi il ricorso a sanzioni alternative, puntando a valorizzare la dimensione riparatoria del reato. Con un duplice vantaggio : da un lato si risponderebbe meglio alle esigenze di giustizia della vittima e, dall’altro, si consentirebbe di valorizzare al meglio l’istanza rieducativa». In altre esperienze giuridiche – segnala il professore – ha prodotto grandi risultati il coinvolgimento del condannato in lavori di pubblica utilità. Per questo, conclude, «quando si dice che la soluzione al sovraffollamento carcerario sia quella di costruire nuove carceri ho un atteggiamento ambivalente. Per un verso gioisco, pensando che un tale intervento può in qualche modo migliorare le condizioni di vita dei detenuti. Ma certo, riempirli non è una soluzione al crimine». Su questa frase Manconi sorride ed aggiunge « il carcere denuncia la propria inadeguatezza proprio con riguardo al primo fine per il quale è stato istituito: la prevenzione dei delitti. Come accennavo prima, è vero il contrario: è fuori dal carcere, attraverso il ricorso a misure alternative, che si può provare a prevenire il ripetersi di reati. D’altro canto la nostra costituzione non parla mai di carcere, né di pena detentiva. Anche se i costituenti conoscevano solo il carcere (per averlo personalmente scontato durante il regime fascista) e la pena capitale, in modo saggio e miracolosamente lungimirante non aggettivano le pene, lasciando campo libero ad un legislatore che volesse cambiare radicalmente la fisionomia delle sanzioni penali. Siamo dunque autorizzati ad osare!».

(Amer)

 

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