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Aborti illegali, medici ai domiciliari

Un ginecologo e un anestesista di Messina sono stati sottoposti alla misura cautelare degli arresti domiciliari per aver praticato aborti illegali.

Aborti illegali: il caso

Un ginecologo e un anestesista, in servizio presso strutture ospedaliere di Messina, sono accusati di aver praticato aborti clandestini. I due sono stati dapprima sottoposti alla custodia in carcere e, successivamente, agli arresti domiciliari. I medici sono accusati di aver praticato aborti illegali presso lo studio privato del ginecologo. Dalle indagini è emerso che il ginecologo, dirigente presso il reparto di ginecologia dell’ospedale, speculava sui tempi di attesa per la procedura di interruzione volontaria della gravidanza, prospettando difficoltà e lungaggini burocratiche. In tal modo spingeva le donne gravide, che avevano necessità di abortire in tempi rapidi, a praticare un aborto illegale a pagamento presso il proprio studio, dove era coadiuvato dal medico anestesista. Inoltre i medici avrebbero sottratto dall’ospedale dei farmaci per uso privato, configurandosi il reato di peculato (314 c.p.), in quanto si sarebbero appropriati dei farmaci nella funzione di incaricati di pubblico servizio.

L’anestesista ha presentato ricorso per Cassazione avverso l’ordinanza del Tribunale di Messina che dispone gli arresti domiciliari. Egli sostiene di non aver mai ricevuto compensi a seguito degli interventi, né di aver convinto le donne a praticare gli aborti clandestinamente. Anzi afferma di non essere a conoscenza del perché le donne non avessero praticato l’aborto in ospedale. Infine sostiene di aver sottratto dei farmaci di poco valore, per cui si configurerebbe il reato di furto, meno grave del peculato.

Aborti illegali: la Cassazione conferma i domiciliari

La Cassazione, con sentenza della sesta sezione penale n. 1082 dell’11/01/2017, ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari per il medico anestesista. I Giudici nella sentenza hanno richiamato la condotta del ginecologo, il quale metteva “con le spalle al muro” le donne che necessitavano di praticare l’interruzione volontaria di gravidanza. Infatti il medico prospettava alle pazienti dei rischi per la salute se non avessero praticato in breve tempo l’aborto illegale a pagamento. Dalle intercettazioni telefoniche è emerso che il medico anestesista fosse pienamente a conoscenza del comportamento del collega ginecologo e che partecipasse ai proventi criminosi. Inoltre il ginecologo non avrebbe potuto operare senza l’aiuto dell’anestesista, quindi vi sarebbe il concorso di reato. Infine la sottrazione dei farmaci dall’ospedale configura il reato di peculato in quanto tali farmaci erano destinati alla finalità pubblica. Di conseguenza, i giudici della Suprema Corte hanno rigettato il ricorso e confermato i domiciliari.

Livia Carnevale

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