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Accesso agli atti, non è automatico per i giornalisti

Accesso agli atti, non è automatico per i giornalisti

Accesso agli atti: essere giornalista non dà diritto ad una corsia preferenziale. La necessità di informare e di essere informati, infatti, non sono ragioni sufficienti a giustificare un automatico accesso agli atti da parte del giornalista. Ciò in quanto, la veste di professionista e l’interesse dei potenziali lettori ad una maggiore informazione sui dati in possesso della Pubblica Amministrazione (PA) non sono idonee  a fondare una legittimazione qualificata all’accesso. A maggior ragione laddove l’effetto di un’eventuale divulgazione possa risultare potenzialmente pregiudizievole per interessi superiori.

È quanto ha statuito il Consiglio di Stato (Testo della sentenza ) a seguito dell’appello proposto da un giornalista che, già in primo grado, aveva visto opposto il diniego del TAR alla propria domanda di accesso agli atti.

Accesso agli atti, il caso risolto dal Consiglio di Stato

I fatti traggono origine da un’inchiesta promossa dalla testata alle cui dipendenze lavorava il professionista e al quale l’indagine era stata affidata. L’inchiesta si incentrava, in particolare, sulla trasparenza e la legittimità di alcuni contratti finanziari in essere tra la PA ed istituti di credito italiani e stranieri. Rendendosi necessaria la visione di detti contratti, il giornalista procedeva a richiedere l’accesso agli atti al Ministero dell’economia e delle finanze. Dinanzi al silenzio serbato dal Ministero, il professionista decideva di ricorrere al TAR per veder evasa la propria richiesta sulla base di quello che considerava un proprio diritto a cui corrispondeva, a suo parere, un illegittimo diniego. Il TAR tuttavia rigettava la domanda assumendo l’inesistenza di una posizione qualificata in capo al giornalista che gli consentisse di vedersi autorizzare il reclamato accesso.

Accesso agli atti, le argomentazioni del Collegio a sostegno del diniego

Il Collegio, seppure con alcune precisazioni, ha ritenuto di confermare il diniego opposto dal primo giudice. Come chiarito dal TAR, se fosse sufficiente l’esercizio dell’attività giornalistica ed il fine di svolgere un’inchiesta su una determinata tematica per ritenere, per ciò solo, il richiedente autorizzato ad accedere a documenti in possesso della PA, si finirebbe per introdurre una sorta di inammissibile azione popolare sulla trasparenza dell’azione amministrativa che la normativa sull’accesso non conosce.

Inoltre, ha proseguito il Collegio, occorre evitare ogni generalizzazione sul rapporto tra diritto d’accesso e libertà di informare. Il nesso di strumentalità tra le due figure, che pure esiste, si sostanzia non già reputando il diritto di accesso qual presupposto necessario della libertà d’informare, ma nel suo esatto opposto. Ovvero nel riconoscimento giuridico di questa che, in base alla concreta regolazione del primo, diviene il presupposto di fatto affinché si realizzi la libertà d’informarsi.

Ciò non significa, ha precisato il Collegio, che vi è un diniego generale al diritto di accesso alle fonti per l’informazione, né che il diritto ad essere informati si esaurisca nella libertà d’informarsi come mero risvolto fattuale della libertà d’informare. Vuol dire, piuttosto, che va condotta un’indagine circa la consistenza della situazione legittimante all’accesso e che la relativa valutazione deve essere articolata a seconda della disciplina normativa di riferimento.

Accesso agli atti, in sintesi

Il diritto d’accesso agli atti amministrativi non è connotato da caratteri di assolutezza e soggiace, oltre che ai limiti previsti dalla normativa di riferimento, anche alla rigorosa disamina della posizione legittimante del richiedente. Deve sussistere un interesse personale (non di terzi o della collettività indifferenziata) a conoscere gli atti e i documenti richiesti. Il diritto di cronaca, infatti, è il presupposto fattuale del diritto ad esser informati ma non è, di per sé solo, la posizione che legittima l’appellante all’accesso.

Cristina Grieco

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