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Adozioni internazionali: la Corte dei diritti umani dà ragione agli americani

La rinnovata tensione registrata negli ultimi anni tra Putin e l’amministrazione americana ha generato tutta una seria di contraccolpi, sconosciuti ai più, ma che l’hanno di certo alimentata. Uno di questi “screzi” viene ora a galla sulla scorta di una recentissima sentenza (del 17 gennaio) della Corte europea dei diritti dell’uomo, che smaschera un contenzioso lungo ed articolato in tema di adozioni internazionali di minori russi da parte di genitori americani.

Il tema delle adozioni internazionali di bambini russi

La questione nasce tra il 2010 e il 2012, quando 45 cittadini americani, a più riprese e non tutti insieme, chiedono di poter adottare in tutto 27 bambini russi, molti dei quali necessitavano, a loro dire, di cure mediche specialistiche.

Proprio quando le procedure sembravano essere giunte alla fase finale, ecco il colpo di scena, rappresentato dall’entrata in vigore di una legge, la n. 272-FZ, approvata dal Parlamento russo, che proibiva espressamente ai cittadini americani di poter adottare minori di quel Paese. Di qui una serie di ricorsi, basati sulla denuncia della violazione degli articoli 3, 8 e 14 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, riuniti in un’unica trattazione dalla Corte.

Gli americani sostenevano che le procedure d’adozione erano ormai ad uno stadio avanzato, che si era creato un legame affettivo già concreto tra i futuri genitori e gli adottandi, che il divieto costituiva un’aperta violazione della loro vita familiare, che esso era discriminatorio e che costituiva, nei riguardi dei bambini, un trattamento vietato in particolare dall’articolo 3, considerato che li avrebbe privati delle cure specialistiche negli Stati Uniti.

La decisione della Corte e le prospettive future

La Corte ha esaminato il ricorso e all’unanimità ha assecondato la richiesta degli aspiranti genitori americani, seppur legittimandola con l’affermazione della violazione di due soli articoli della Convenzione, cioè del combinato disposto dell’articolo 14 (divieto di discriminazione) e dell’articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare).

Secondo la Corte la discriminazione è basata sul fatto che il divieto riguardava i richiedenti solo in quanto cittadini di nazionalità americana e che, essendo retroattivo ed applicato in maniera sistematica, senza tener conto nemmeno di casi specifici, esso era sproporzionato rispetto agli obiettivi che si era posto il governo russo. Escluso, invece, il richiamo all’articolo 3, visto che, secondo la Corte, i bambini avevano comunque ricevuto cure appropriate anche in Russia.

Il verdetto della Corte non è definitivo. Entro tre mesi ciascuna delle parti può chiedere il rinvio della questione alla Grande Chambre della Corte stessa. E solo dopo l’eventuale decisione confermativa di quest’ultima passerà in giudicato e vincolerà la Russia ad eliminare la pregiudiziale nei confronti degli americani e a concedere le adozioni internazionali.

Francesco Maria Zaccaria

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