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Affidamento in prova al servizio sociale: se ingiusto scatta l’indennizzo

L’art. 314 c.p.p. prevede un vero e proprio diritto soggettivo ad ottenere un equo indennizzo per la detenzione ingiustamente sofferta. La Corte di Cassazione sezione terza penale, con la sentenza n. 43550 del 14 ottobre 2016, ha esteso il campo di applicazione del diritto all’equa riparazione anche ai casi in cui sia stata ingiustamente applicata la misura alternativa alla detenzione dell’affidamento in prova al servizio sociale ex art. 47 o.p.

Con questa sentenza vengono affermati due importanti principi che estendono il campo di applicazione dell’equo indennizzo, delineando sia i rapporti tra detenzione e affidamento in prova sia i rapporti tra assoluzione e riduzione per il condannato del periodo detentivo.

Affidamento in prova al servizio sociale, indennizzabile se ingiusto

La prima questione affrontata dalla pronuncia in esame riguarda la possibilità di riconoscere il diritto all’equa riparazione nel caso in cui l’imputato abbia ingiustamente subito un affidamento in prova al servizio sociale, quale misura alternativa alla detenzione.

Si trattava quindi di stabilire se l’affidamento in prova fosse o meno equiparabile alla pena detentiva ai fini della riparazione per ingiusta detenzione. La Corte ha dato risposta affermativa al quesito, affermando la debenza dell’indennizzo nei casi in cui la misura sia stata indebitamente disposta o se attuata per un periodo superiore a quanto dovuto.

La sentenza impugnata della Corte di Appello aveva ritenuto che l’affidamento in prova, pur costituendo una misura afflittiva, non desse diritto all’indennizzo, in considerazione del fatto che l’art. 314 c.p.p. prevedrebbe il ristoro solo per la ingiusta detenzione, alla quale non può essere assimilata una restrizione personale che preveda esclusivamente una permanenza in casa nelle ore notturne e una prescrizione lavorativa.

Secondo la Corte, questa impostazione andrebbe a svalutare alcuni indicatori normativi che equiparano toto iure l’affidamento in prova al sevizio sociale, a differenza degli istituti previsti per le misure cautelari non custodiali, alle fattispecie detentive. Quindi, in tema di riparazione per ingiusta detenzione, anche l’affidamento in prova, quale misura alternativa alla detenzione, rappresenta una modalità di esecuzione della pena, caratterizzata da un distacco dall’istituto penitenziario per un rapporto di tipo collaborativo con il Servizio Sociale.

L’art. 314, comma 4, c.p.p., nell’escludere il diritto riparatorio nei casi in cui le limitazioni della libertà personale siano conseguenti all’applicazione della custodia cautelare, implicitamente prevedrebbe il diritto all’indennizzo nei casi in cui sia applicata una modalità di espiazione della pena, ivi incluso anche l’affidamento in prova ai servizi sociali.

Indennizzo per ingiusta detenzione, dovuto anche in caso di condanna

Il secondo importante principio affermato dalla Corte riguarda il campo di applicazione soggettivo dell’equa riparazione.

La stessa sarebbe dovuta non solo nei casi di proscioglimento o assoluzione che rendono certamente ingiusta la detenzione (o misura alternativa) subito; ma anche nei casi in cui la sentenza definitiva sancisca una condanna per l’imputato ma di durata inferiore al periodo detentivo complessivamente subito.

Questo principio, già affermato dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 219 del 2008, afferma che “ove la custodia cautelare abbia ecceduto la pena successivamente irrogata in via definitiva è di immediata evidenza che l’ordinamento, al fine di perseguire finalità di tutela della libertà personale dell’individuo, ha imposto al reo un sacrificio direttamente incidente sulla libertà che, per quanto giustificato in prima facie, ne travalica il grado di responsabilità personale”. Quindi in entrambi i casi, sia di successiva assoluzione sia di riduzione della pena, l’imputato subisce una restrizione del proprio diritto inviolabile, con il conseguente diritto ad ottenere l’indennizzo del pregiudizi sofferto.

Viene comunque ribadito che “il grado di sofferenza cui è esposto chi, innocente, subisca la detenzione è in linea di principio amplificato rispetto alla condizione di chi, colpevole, sia ristretto per un periodo eccessivo rispetto alla pena”, con la conseguenza che di tale fattore il giudice dovrà tener conto nella determinazione del quantum dell’indennizzo.

Martina Scarabotta

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