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Amal e Nadia, donne contro l’Isis

Nadia Murad e le altre ragazze irachene di religione yazida, catturate e fatte schiave dall’Isis nel 2014, possono contare su un difensore d’eccezione nel rendere la loro atroce testimonianza alla Corte Penale Internazionale dell’Aia. La notizia, data in via ufficiale il 14 settembre scorso, aveva fatto particolare scalpore per via dell’impatto mediatico della protagonista, Amal  Alamuddin, moglie di George Clooney, ma prima ancora affermato Avvocato per la tutela dei diritti umani; resasi famosa per la difesa, tra le altre,  di Julian Assange (fondatore di Wikileaks, ndr.) e del primo ministro ucraino Yulia Timoshenko.

La schiavitù e la fuga. Nell’agosto 2014, la giovane Nadia ed alcune sue cugine e nipoti vengono fatte prigioniere da alcuni miliziani nei pressi del loro villaggio a nord dell’Iraq per essere poi deportate a Mosul, una delle roccaforti dell’Isis.

Dopo tre mesi, riesce a fuggire ed arriva fino in Germania, dove permane come rifugiata politica. Le atrocità subite durante il periodo di prigionia integrano crimini internazionali, fattispecie diverse da quelle ‘comuni’, la cui punibilità è contemplata dallo Statuto di Roma dell’International Criminal Court. La giovane decide così di rendere la sua testimonianza alla Corte dell’Aia per veder riconosciuta la condanna suoi aguzzini e dell’organizzazione terroristica di loro appartenenza.

La forza di volontà, per tornare con la mente a quel periodo, è più forte del dolore, stante la necessità del mondo di prendere coscienza della deriva provocata dal mostro del terrorismo, soprattutto in quelle zone. Già lo scorso settembre, Nadia aveva raccontato – non lesinando dettaglio alcuno – la storia della sua schiavitù al Consiglio di sicurezza dell’ONU, rabbrividendo, ma al tempo stesso commuovendo il mondo, suo interlocutore. Oggi, continua la sua battaglia per le donne di minoranza yazida in Iraq ricevendo, per il suo attivismo, la candidatura a Premio Nobel per la Pace 2016.

 In difesa di Nadia. La giovane irachena ha nominato suo rappresentante proprio Amal Alamuddin, la cui determinazione nella lotta per i diritti umani è accresciuta dalla causa: “Sappiamo che migliaia di donne yazide sono state ridotte in schiavitù dall’Isis che ha pubblicamente proclamato la sua intenzione di commettere un genocidio” dichiarava qualche settimana fa.

Amal si è detta subito pronta a raccogliere la chiamata di Nadia, incurante delle minacce che non sono mancate già a distanza di qualche ora dalla dichiarazione dell’accettazione del mandato. Minacce che non hanno fermato la volontà di infondere coraggio e dare voce alle tante vittime dell’Isis e – più in generale – delle grandi ed atroci violazioni dei diritti umani delle quali la storia ci ha resi spettatori, talvolta ignari e disinteressati, talvolta parti in causa: “Nadia è stata abusata più volte dai miliziani dell’Isis, che hanno anche spento delle sigarette sul suo corpo. Questa ragazza ha subito le più feroci torture che un essere umano possa sopportare” – dichiarava nella prima intervista, aggiungendo – “i più atroci crimini contro l’umanità vengono quotidianamente commessi sotto i nostri occhi ed è incredibile come i colpevoli non vengano processati davanti ai Tribunali dell’Aia”.

A tali parole è seguita l’esposizione della linea difensiva davanti all’Assemblea delle Nazioni Unite: “Non basta bombardare l’Isis non è così che si arrestano gli obiettivi dello Stato islamico. Si possono uccidere individui, ma la conseguenza sarà solo che i sostenitori dell’Isis avranno strumenti di propaganda per reclutare più adepti. Bisogna cambiare la narrativa, cambiare la mente delle persone”.

Con fermezza, ha sostenuto di provare vergogna per come gli Stati stiano fallendo nel tentativo di assicurare Daesh alla giustizia, con la necessità di aprire gli occhi su quello che sta succedendo: la strage degli yazidi nelle zone presidiate dall’organizzazione terrorista integra un vero e proprio genocidio e come tale deve essere riconosciuto dalla comunità internazionale.

Secondo le stime, oggi si contano ancora all’incirca 3200 componenti della minoranza yazida nelle mani dell’Isis e tali numeri decresceranno solo attraverso una presa di coscienza collettiva che, ci auguriamo, germoglierà dal seme del coraggio di queste donne e di chi come loro antepone la nobili cause della pace alla personale incolumità.

Francesco Donnici

 

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