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Ambiente: Corte Ue, niente segreto industriale sulle emissioni dei pesticidi

Strasburgo, 23 nov. – Se una persona chiede accesso a documenti in campo ambientale, in particolare sugli effetti di un pesticida nell’aria, nell’acqua, nel suolo o sulle piante, non è possibile opporre il segreto industriale alla divulgazione di queste informazioni. Lo stabilisce la Corte di Giustizia Ue, in due sentenze simili, una delle quali vede opposte Greenpeace Nederland e il Pesticide Action Network Europe, da un lato, e la Commissione Europea, dall’altro.

     Le associazioni ambientaliste avevano chiesto l’accesso ad una serie di documenti sulla prima autorizzazione all’immissione in commercio del glifosato, un diserbante. La Commissione ha autorizzato l’accesso ai documenti, salvo che per una parte, redatta dalla Germania, perché il documento conteneva informazioni riservate, in particolare sulla composizione chimica e sul processo di fabbricazione del glifosato. Le due associazioni si sono rivolte al Tribunale Ue con un ricorso, che è stato accolto; la Commissione ha chiesto l’annullamento dell’accoglimento del ricorso alla Corte. La seconda causa è stata promossa da una società olandese per la protezione delle api, la Bijenstichting, che ha chiesto all’autorità olandese Ctb di divulgare 84 documenti che riguardavano l’immissione in commercio di alcuni prodotti fitosanitari e biocidi. La Bayer, multinazionale chimica tedesca proprietaria di gran parte delle autorizzazioni, si è opposta.

     Nel 2013, tuttavia, la Ctb ha autorizzato la divulgazione di 35 degli 84 documenti richiesti; sia Bayer che la Bijenstichting hanno impugnato la decisione del Ctb davanti ai giudici olandesi, per motivi opposti. I giudici si sono rivolti alla Corte perché determini se le informazioni richieste dalla Bijenstichting rientrino nella nozione di “informazioni sulle emissioni nell’ambiente”.

     Con le due sentenze di oggi, la Corte precisa che cosa debba intendersi per emissioni nell’ambiente e per informazioni sulle, o che riguardano, emissioni nell’ambiente. In queste due sentenze, la Corte dichiara, innanzitutto, che la nozione di emissioni nell’ambiente include, in particolare, il rilascio nell’ambiente di prodotti o sostanze, come i prodotti fitosanitari o i biocidi o le sostanze attive contenute in tali prodotti, purché tale rilascio sia effettivo o prevedibile in condizioni normali o realistiche di utilizzo del prodotto.

Così, in particolare, tale nozione non può essere distinta dalle nozioni di rilasci e di scarichi né essere limitata alle emissioni generate dagli impianti industriali (quali le fabbriche e le centrali), ma copre anche le emissioni risultanti dalla polverizzazione di un prodotto, come un prodotto fitosanitario o un biocida, nell’aria o dalla sua applicazione sulle piante o sul suolo. Infatti, limitazioni del genere contravverrebbero all’obiettivo, perseguito dal regolamento e dalla direttiva, di garantire la divulgazione più ampia possibile delle informazioni ambientali.

     La Corte conferma anche che il regolamento e la direttiva non ricomprendono unicamente le informazioni attinenti a emissioni effettive, ovvero emissioni concretamente liberate nell’ambiente durante l’applicazione del prodotto fitosanitario o biocida sulle piante o sul suolo, ma anche le informazioni sulle emissioni prevedibili di tale prodotto nell’ambiente.

La Corte precisa, per contro, che sono escluse dalla nozione di informazioni relative a emissioni nell’ambiente quelle che si riferiscono a emissioni meramente ipotetiche, come, ad esempio, dati ricavati da studi che mirano ad analizzare gli effetti dell’uso di una dose di prodotto ampiamente superiore alla dose massima per la quale è rilasciata l’autorizzazione di immissione in commercio e che sarà usata in pratica.

     La Corte precisa, inoltre, che la nozione di “informazioni che riguardano/sulle emissioni nell’ambiente” deve essere interpretata nel senso che essa copre non solo le informazioni sulle emissioni in quanto tali (vale a dire le indicazioni relative alla natura, alla composizione, alla quantità, alla data e al luogo di tali emissioni), ma anche le informazioni che consentono al pubblico di controllare se sia corretta la valutazione delle emissioni effettive o prevedibili, sulla cui base l’autorità competente ha autorizzato il prodotto o la sostanza in questione, nonché i dati relativi agli effetti, a termine più o meno lungo, di tali emissioni sull’ambiente.

In particolare, tale nozione comprende le informazioni relative ai residui presenti nell’ambiente dopo l’applicazione del prodotto in questione e gli studi relativi alla misura della dispersione della sostanza durante tale applicazione, a prescindere dal fatto che tali dati derivino da studi realizzati in tutto o in parte sul campo, da studi di laboratorio o da studi di traslocazione.

Nella prima causa, la Corte annulla, tuttavia, la sentenza del Tribunale, nella parte in cui esso ha considerato sufficiente che un’informazione riguardi “in modo sufficientemente diretto” emissioni nell’ambiente per rientrare nell’ambito di applicazione del regolamento.

     La Corte ricorda, infatti, che tale regolamento riguarda le informazioni “che riguardano emissioni nell’ambiente”, vale a dire quelle concernenti o relative a siffatte emissioni, e non le informazioni che presentano un nesso qualunque, diretto o indiretto, con le emissioni nell’ambiente.  La Corte rinvia quindi la causa al Tribunale, affinché verifichi se le informazioni controverse si riferiscano effettivamente a emissioni nell’ambiente e, se del caso, decida sugli argomenti delle parti che non ha esaminato nell’ambito della sua sentenza.

     (Tog/Adnkronos)

 

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