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Atti osceni in luogo pubblico e minori nei paraggi: è reato

Atti osceni in luogo pubblico e minori nei paraggi: è reato.

Cassazione Penale, sentenza 3 ottobre 2016, n. 41130

Con questa recentissima sentenza della Corte di Cassazione si torna a parlare di atti osceni e di condanna per tale reato. Eppure, in molti potrebbero chiedersi come ciò sia possibile, dato che solo qualche mese fa la fattispecie è stata depenalizzata. L’art. 2, comma 1, D. Lgs. n. 8/2016 ha, infatti, trasformato il reato in questione in illecito amministrativo, punito con una semplice sanzione pecuniaria da 5.000 a 30.000 euro.

Tuttavia, se l’atto avviene in un posto in cui prevedibilmente possano trovarsi dei minori, l’autoerotomane commette reato. E ciò perché la nuova legge continua a punire quella che rappresentava un’ipotesi aggravata e che oggi, invece, costituisce fattispecie autonoma di reato. È punito, infatti, con la reclusione da sei mesi a quattro anni e sei mesi, chiunque commette il fatto “all’interno o nelle immediate vicinanze di luoghi abitualmente frequentati da minori e se da ciò deriva il pericolo che vi assistano”.

Atti osceni in luogo pubblico: torna quindi, l’ombra del carcere per i “malati” di sesso?

La responsabilità penale per il reato, in verità, non è mai venuta meno, o quanto meno, non in assoluto. E ciò, perché se nel tempo si è modificata la percezione di “atto osceno”, si è anche deciso, condivisibilmente, di mantenere una tutela nei confronti di alcuni soggetti, quali, appunto, i minori di età. È sufficiente, infatti, come nel caso di specie, che l’erotomane abbia agito in un esercizio commerciale frequentato da una moltitudine indifferenziata di persone, tra cui anche minori, per prospettarsi l’ipotesi delittuosa di cui al comma 2 dell’art. 527 c.p. 

E’ irrilevante, quindi, che la condotta sia stata effettivamente percepita da terzi.

Trattandosi di reato di pericolo, secondo la Corte, ai fini della responsabilità penale, non rileva l’effettiva percezione dell’atto da parte di altri soggetti. Quindi, a prescindere dall’essere stati visti nel compimento dell’atto osceno, per essere condannati va fatta una valutazione ex ante su “la visibilità degli atti e la astratta possibilità che vi assistano dei minori”.

Per le stesse ragioni, i giudici escludono anche la particolare tenuità del fatto ai sensi dell’art. 131 bis c.p.. Per potersi ritenere particolarmente tenue il fatto deve essere anche “lievemente offensivo”. Tuttavia, in ipotesi come quella di specie, proprio le modalità dell’azione (atti compiuti in pieno giorno e in un esercizio commerciale, con possibile estesa diffusione delle proprie condotte), ponendo le premesse per un potenziale pregiudizio all’interesse protetto dalla norma (moralità pubblica), escluderebbero l’esiguità del pericolo derivante dal reato e, quindi, escluderebbero anche l’applicabilità del beneficio.

Laura Piras

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