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Avvocati nei Consigli giudiziari? La magistratura associata non ci sta

All’interno dell’Anm la soluzione caldeggiata dal ministro della giustizia Orlando di coinvolgere direttamente gli avvocati all’interno dei consigli giudiziari non è andata giù. Se “Magistratura democratica” ancora non ha assunto una posizione netta, presa com’è dal suo dibattito interno su come gestire i rapporti con “Area”, alla sua destra “Autonomia e Indipendenza” e “Magistratura Indipendente” con dei comunicati stampa convergenti hanno già verbalizzato il loro fermo e radicale dissenso. Secondo la magistratura associata l’eventualità che gli avvocati esprimano un voto sull’efficienza di un magistrato potrebbe avere effetti negativi sull’autonomia e sull’indipendenza del singolo magistrato, la cui carriera potrebbe essere condizionata «anche dal parere dei rappresentanti di quelle parti a cui quotidianamente distribuisce torto e ragione». Questa circostanza potrebbe comportare il rischio che le valutazioni di pubblici ministeri e giudici finiscano con essere influenzate dalle ricadute che la loro decisione potrebbe avere sulle aspettative di chi poi li dovrà giudicare.

Alla generica preoccupazione sulle possibili refluenze sull’autonomia della magistratura «anche soltanto potenziale», il comunicato di “Autonomia e Indipendenza” evoca torve prospettive, frutto probabilmente di una non lusinghiera idea del ceto forense. Guardando ai «piccoli Tribunali, a realtà locali con forte infiltrazione criminale» si adombra il rischio di «pur possibili patologie di rapporti anche diretti tra difensori in importanti procedimenti e gli avvocati presenti nei Consigli giudiziari». Insomma, pur di bloccare l’ingresso dell’avvocatura nei consigli giudiziari la corrente che fa capo a Davigo è pronta ad agitare, come nel più vieto populismo complottardo, lo spettro di infiltrazioni criminali mafiose o paramafiose. Non era meglio – e più sobrio – limitarsi alla rivendicazione di autonomia?

(Andrea Merlo)

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