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Avvocato cacciato perché portava il velo: la solidarietà dei colleghi e le rassicurazioni del presidente del Tar

Dopo che ieri è esploso il caso, il presidente del Tar Bologna assicura oggi che Asmae Belkafir, la giovane tirocinante dell’ufficio legale dell’Università di Modena e Reggio Emilia, potrà partecipare alle udienze indossando  tranquillamente il velo hijab. La giovane, di origini marocchine, ieri era stata allontanata dall’aula dal giudice Giancarlo Mozzarelli, che le aveva ordinato di togliere il tradizionale copricapo islamico.

«Si tratta del rispetto della nostra cultura e delle nostre tradizioni», avrebbe spiegato il magistrato. Singolare il riferimento del giudice alla «nostra cultura e non alla legge», rileva Beelkafir, che peraltro in Italia è cresciuta e ha frequantato tutte le scuole e l’Università. «L’aula di un tribunale – aggiunge la giovane- dovrebbe essere laica e rispondere ai dettami della legge e a null’altro. Sono stata privata non solo di un diritto ma anche del mio dovere di praticante avvocato di seguire cosa succedeva in aula. Mi chiedo: se un giorno dovessi diventare avvocato o giudice, dovrò sempre difendere prima me stessa e poi i miei clienti?».

Il velo in aula: quali sono le regole

Non esiste una normativa che specificamente disciplini l’uso di un abbigliamento o accessori direttamente legati alla professione di una fede religiosa, tuttavia l’art. 129 del codice di procedura civile stabilisce che « chi interviene o assiste all’udienza  non può portare armi o bastoni e deve stare a capo scoperto e in silenzio. È vietato fare segni di approvazione o di disapprovazione o cagionare in qualsiasi modo disturbo». Resta da chiarire se il velo hijab, che si limita a coprire i capelli ma lascia scoperto il volto,  rientri tra i divieti posti dall’articolo 129 o se una lettura costituzionalmente orientata della norma non debba spingere ad ammettere l’impiego  di oggetti legati ad un culto religioso. Dal canto suo, il CSM, sollecitato nel 2012 da un tribunale che chiedeva quali regole bisognava seguire in casi simili, aveva  ritenuto che «fermo restando che spetta al giudice la direzione dell’udienza e l’applicazione delle relative norme»,  in aula «deve essere garantito il pieno rispetto di quelle condotte che – senza recare turbamento al regolare e corretto svolgimento dell’udienza, costituiscono legittimo esercizio del diritto di professare la propria religione, anche uniformandosi ai precetti che riguardano l’abbigliamento e altri segni esteriori».

Gli avvocati esprimono la loro solidarietà a Asmae Belkafir

Solidarietà trasversale dal mondo forense a Asmae Belkafir. Le prerogative di direzione ed organizzazione dell’udienza riconosciute al giudice, spiega il presidente dell’AIGA, Alberto Vermiglio «in nessun caso possono derogare a principi fondamentali legati alle libertà fondamentali riconosciute dal nostro ordinamento». Dello stesso tenore le dichiarazioni del segretario di Anf, Luigi Pansini, che, al di là delle «giuste prescrizioni per ragioni di sicurezza che prevedono l’obbligo di rendere riconoscibile il volto»,  ribadisce con fermezza «l’esigenza che le aule dei tribunali siano luoghi di uguaglianza, non discriminazione».

L’unione Avvocati amministrativisti, invece, non si è limitata a manifestare la propria solidarietà alla giovane professionista, ma ha scritto iuna lettera aperta al presidente del Consiglio di Stato per stigmatizzare «l’increscioso episodio verificatosi presso il Tar di Bologna».

«Segnaliamo – si legge nella lettera firmata dal presidente di Unaa Umberto Fantigrossi e dal presidente di Saaer Corrado Orienti – che l’occasione può suggerire di meglio definire in via generale i limiti dei poteri dei Presidenti di direzione dell’udienza, anche nelle sue fasi preliminari, limiti che conseguono al ruolo dell’avvocato e al suo regime di autonomia nell’esercizio della funzione difensiva. Autonomia che si traduce nell’esclusiva spettanza all’ordinamento forense e ai suoi organi della valutazione di atti e comportamenti degli avvocati in udienza, fatti salvi evidentemente casi limite che giustifichino interventi di polizia».

 

(Amer)

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