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Cannabis. La coltivazione e l’uso personale in piccole quantità costituiscono reato?

Normativa e sanzioni in materia di droghe leggere

Attualmente la norma di riferimento in materia di droghe leggere in Italia è la l. n. 79/2014, che considera reato penale la coltivazione di piante di marijuana e sanziona gli illeciti concernenti le cosiddette “droghe leggere” con la pena della reclusione da 2 a 6 anni e la multa da 5.164 a 77.468 euro.

Per lo spaccio di lieve entità la reclusione va da 6 mesi a 4 anni e la multa da 1.000 a 15mila euro. Con questa legge è sostanzialmente tornato in vigore il DPR. 309 del 1990, Testo Unico sugli Stupefacenti che, tra il 2006 e il 2013, era stato sostituito dalla legge Fini-Giovanardi poi dichiarata  costituzionalmenete illegittima.

Il ddl sulla legalizzazione

La materia, tuttavia, continua ad essere oggetto di decisioni anche contrapposte e una presa di posizione diventa più che mai necessaria. Sulla questione si farà maggiore chiarezza a settembre, data in cui il Parlamento discuterà il disegno di legge sulla legalizzazione della cannabis. L’argomento, lo scorso 25 luglio 2016, è stato per un giorno al vaglio della Camera ma l’esame del relativo testo, che si annuncia combattuto a suon di emendamenti, è stato rinviato a settembre prossimo.

Cannabis. È reato anche l’uso esclusivamente personale

In attesa dell’appuntamento parlamentare di settembre,  l’ultima pronuncia giurisprudenziale in materia è quella della Corte Costituzionale che, con sentenza n. 109 del 20 maggio 2016, ha stabilito che “coltivare marijuna è reato anche se la coltivazione è volta ad un uso esclusivamente personale”. Tale orientamento ha fatto seguito ad un comunicato stampa di poco precedente (9 marzo 2016) con cui la Corte Costituzionale dava risposta ad una questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Corte di appello di Brescia, dichiarandola non fondata.

La questione di legittimità costituzionale sul trattamento sanzionatorio

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La questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Corte di appello di Brescia riguardava il trattamento sanzionatorio della coltivazione di cannabis per uso personale previsto dall’art. 75 del D.P.R. n. 309/1990  (Testo Unico sugli stupefacenti). Tale trattamento sanzionatorio sembra violare l’art. 3 Cost. per disparità di trattamento fra chi detiene sostanze stupefacenti per uso personale (condotta assoggettabile solo a sanzione amministrativa) e chi è sorpreso durante l’attività di coltivazione, condotta a rilevanza penale, anche se finalizzata ad un uso esclusivamente personale. Secondo la Corte di appello di Brescia la condotta della coltivazione di cannabis per uso personale doveva essere punita sempre e solo con la sanzione amministrativa e non costituire, in certi casi, anche penalmente rilevante. Il suo richiamo appare, perciò, di fondamentale importanza perché la pronuncia che ne è seguita, di senso opposto, ha segnato uno spartiacque rispetto alle sentenze precedenti.

Possiamo quindi tracciare un percorso che va dal prima al dopo la questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Corte di appello di Brescia.

Il regime normativo prima della questione di legittimità

Prima era determinante, ai fini stabilire se la coltivazione di marijuana era illecito penale o amministrativo, avere riguardo a:

  • la quantità di piante coltivate ed i metodi della coltivazione stessa. La coltivazione fino ad un massimo di tre piantine di marijuana senza l’utilizzo di metodi tecnici che ne aumentassero l’effetto drogante, non era reato. In tal senso occorreva far riferimento anche alla presenza di Thc (sostanza responsabile dell’effetto stupefacente della canapa) che nella marijuana che non doveva superare il 7%.
  • l’interesse leso dalla condotta. Essa era penalmente irrilevante nei casi di coltivazione fino a tre piantine di marijuana perché non ritenuta, ex art. 25 Cost., tale da ledere il bene giuridico della salute pubblica.
  • la natura comunque illecita della condotta che però, nei casi sopra descritti, restava reato di natura amministrativa sanzionato di conseguenza, ai sensi dell’art. 75 del Dpr 309/90, con sanzioni amministrative come la sospensione della patente, del porto d’armi, del passaporto, del permesso di soggiorno, ecc.
  • l’eventualità che la marijuana venisse ceduta ad altri. Condotta che era reato ma che contemplava diverse eccezioni sempre basate sulla quantità-qualità del prodotto ceduto.

Lo scenario normativo attuale

Oggi, dopo la sentenza n. 109 del 20 maggio 2016, le variabili indicate sopra possono al più contribuire a mitigare la pena: la coltivazione è comunque considerata reato, in quanto a prescindere dalle quantità che vengono coltivate o dalla possibilità che venga ceduta, la condotta di chi la coltiva e la rende disponibile è considerata pericolosa per la salute, la sicurezza e l’ordine pubblico. La minima quantità coltivata non può quindi costituire scriminante del reato. Nella decisione finale della Corte Costituzionale hanno pesato moltissimo alcuni precedenti giurisprudenziali che, malgrado le pronunce altalenanti degli ultimi anni, per la loro importanza difficilmente potevano essere ignorati. Tra questi le sentenze 360/1995, 28605/2008 SS.UU. e 3177/2014 Corte di Cassazione.

Rosi Abruzzo

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