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Case di cura accreditate, l’amministrazione paga gli interessi comunitari solo se c’è un contratto per iscritto

Case di cura accreditate e amministrazioni, un rapporto difficile

Molti cittadini giornalmente si recano, per ricevere assistenza sanitaria, presso case di cura accreditate. L’accordo consente all’utente di fruire della prestazione allo stesso costo di quello che sosterebbe rivolgendosi a un ente ospedaliero pubblico. Tuttavia, spesso non si conoscono il complesso iter per la procedura di accreditamento, e le possibili controversie ad esso connesse.

La Cassazione, con la sentenza n° 20391/2016 si occupa di una vertenza tra una struttura privata accreditata e l’Assessorato alla Sanità della Regione Sicilia. In particolare, la casa di cura, lamentando un ritardo da parte dell’amministrazione nel pagamento di quanto dovuto per le prestazioni erogate, sosteneva che gli interessi moratori non dovessero essere calcolati al tasso legale, ma nella maggior misura prevista dal D.Lgs 231/02, per le transazioni commerciali.

Case di cura accreditate e interessi moratori: tasso legale e comunitario

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Com’è noto, se il debitore di una somma di denaro ritarda nel pagamento e viene messo in mora, deve corrispondere gli interessi legali (art. 1224 c.c.). Il tasso di interesse, in questo caso, viene calcolato in base a un decreto emanato annualmente dal Ministro dell’Economia e delle Finanze. Tuttavia, in alcuni casi, l’ammontare degli interessi di mora è maggiore, come nel caso delle transazioni commerciali.

Esse sono definite come «i contratti comunque denominati tra imprese o tra imprese e pubbliche amministrazioni, che comportano la consegna di merci o la prestazione di servizi contro il pagamento di un prezzo» (art. 2, D.Lgs. 231/02). In tali ipotesi, la normativa, adottata per recepire una direttiva comunitaria, prevede che si possa applicare un tasso maggiore di quello legale, comunemente definito “interesse comunitario”, così da incentivare i debitori a saldare alla scadenza pattuita, evitando ulteriori esborsi. Esso viene ricavato maggiorando di otto punti il tasso di riferimento indicato semestralmente dal Ministero. Per avere un’idea, il tasso legale per l’anno in corso è lo 0,2% annuo, mentre per le transazioni commerciali, nell’ultimo semestre, è pari all’8%.

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Case di cura accreditate, i presupposti per l’applicazione del D.lgs 231/02

Tuttavia, perché si applichi la normativa sulle transazioni commerciali, è necessario che il contratto tra privato e amministrazione sia stato stipulato dopo l’8 agosto 2002. La casa di cura sosteneva che fosse dovuto il tasso comunitario, in quanto già l’atto dell’accreditamento costituisce un accordo con la Regione. La Cassazione, invece, rigetta questa impostazione, in quanto un provvedimento amministrativo di concessione, quale l’accreditamento, non può essere equiparato a un contratto, perché espressione del potere autoritativo della pubblica amministrazione. Il ricorrente dovrebbe provare l’esistenza di un accordo con l’Assessorato, stipulato per iscritto, successivo all’8 agosto 2002. In mancanza, la domanda non può essere accolta, e l’amministrazione dovrà corrispondere gli interessi solo in misura legale. Un sospiro di sollievo per le casse della Regione Sicilia.

Alessandro Re

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