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Il caso Why Not, la pronuncia della Cassazione

 

Il caso Why Not, la pronuncia della Cassazione

Intercettazione sì, intercettazione no, questo è il problema. E’ l’ennesima questione aperta e forse chiusa (?), nella famigerata “terra dei cachi”. La controversa questione, è stata analizzata in maniera risoluta dalla Corte di Cassazione, ponendo un punto e a capo sull’intera vicenda: no alle intercettazioni sulle utenze dei parlamentari, anche se intestate a società o partiti e non autorizzate.

La sentenza della Corte di Cassazione

La Suprema Corte, ha statuito, infatti, con la sentenza n. 49538/2016, un principio che dovrebbe chiudere (e chiude), almeno sotto il profilo penale, la lunga querelle su tale fattispecie. In effetti, secondo i Giudici, i pm e i loro collaboratori, quando nelle inchieste si imbattono in utenze che potrebbero essere in uso a parlamentari, anche se intestate a società o a partiti e non direttamente a senatori o deputati, devono fermarsi, e chiedere al Parlamento l’autorizzazione ad acquisire quei tabulati.

La richiesta di risarcimento del danno

La vicenda relativa all’acquisizione senza autorizzazione, nel 2009, di tabulati telefonici di parlamentari durante il processo Why not, che era nato sull’ipotesi della presunta esistenza di un comitato di affari sostenuto dalla massoneria e che si era concluso senza condanne, lascia, quindi, la sede penale e si trasferisce in quella civile. Chiuso il primo fronte, quindi, con la definitiva assoluzione di Luigi De Magistris, ex pm dell’inchiesta e attuale sindaco di Napoli, e del consulente Gioacchino Genchi, finiti, illo tempore, sotto processo per abuso di ufficio, la Cassazione ha affidato alla Corte d’appello civile di Roma il compito di accertare eventuali danni subiti dall’ex Ministro della Giustizia e attuale sindaco di Benevento Clemente Mastella e dagli allora parlamentari Sandro Gozi e Francesco Rutelli.
In effetti gli istanti hanno chiesto il risarcimento dei danni per la lesione delle loro prerogative di parlamentari, poiché fino all’ottobre del 2007 sono stati intercettati senza il permesso del Parlamento. L’immunità parlamentare, infatti, riformata dalla legge n. 140 del 2003, deve intendersi violata, scrive la Suprema Corte, non solo quando il pm o il suo collaboratore acquisiscono o elaborano dati in assenza dell’autorizzazione, ma anche quando “alla luce degli atti di indagine esistenti, abbiano la consapevolezza di accedere alla sfera di comunicazione di deputati o senatori, a prescindere dal fatto che il procedimento riguardi terzi o che le utenze sottoposte a controllo appartengano a terzi, oggetto della rappresentazione dei soggetti agenti deve essere questa seconda situazione di fatto”.
Inoltre, sottolinea la Suprema Corte, che la tesi della Corte di Appello, secondo la quale Genchi e De Magistris non fossero consapevoli della riconducibilità delle utenze a Gozi, Mastella e Rutelli, “è il risultato di una osservazione generica ed indeterminata la quale non si confronta in alcun modo con gli elementi esposti nella sentenza di primo grado”, conclusasi con la loro condanna. Il verdetto del Tribunale, evidenzia la Cassazione, aveva “raggiunto le sue conclusioni esponendo ed analizzando in modo dettagliato e puntuale gli elementi relativi a ciascun parlamentare”. Pertanto, la “palese lacunosità” delle motivazioni dell’assoluzione di Genchi e De Magistris si desume da affermazioni, contenute nel verdetto di appello quali: “non si può sostenere che sia pienamente provato che i due imputati avessero piena contezza che i numeri rinvenuti nelle agende e rubriche del Saladino fossero tutti da ricondurre a soggetti protetti dal Parlamento”. Con frasi del genere, i giudici di merito hanno ragionato, sostiene la Cassazione, “come se oggetto della prova fosse la situazione globale di tutti gli interessati e non la situazione concernente ciascun singolo membro del Parlamento, in quanto individualmente titolare delle prerogative dirette alla salvaguardia del libero esercizio della funzione parlamentare”.

Nell’attesa del giudice civile…

Ora il giudice civile, esclusivamente sotto il profilo del risarcimento del danno, valuterà le richieste dei tre intercettati nell’inchiesta che portò nel gennaio 2008 alla caduta del governo di Romano Prodi, finito anche lui tra i numerosi intercettati.
Insomma, l’intercettazione non autorizzata, il parlamentare leso, il pm che abusa del proprio ufficio ed il consulente pettegolo, c’è proprio tutto per la più grande congerie del “phone-gate” all’italiana. Venghino signori che l’intercettazione è buona, o comunque risarcibile. Potrebbe essere sempre un metodo speculare, per i più furbi (quanti ce ne sono in Parlamento?) per racimolare fior di quattrini, celando sotto la difesa dei propri inviolabili diritti, lo stupore (e la collera) per essere stati beccati nei propri segreti (che è meglio non sapere). Almenochè, la Corte d’Appello non tagli anche quello. Why not?.

Mariano Fergola

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