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Cassazione: giusto il licenziamento della cassiera che si impossessa dei bollini della raccolta punti

La Corte di Cassazione ha analizzato il caso di una cassiera che si è impossessata di due bollini della raccolta punti di un noto brand italiano di prodotti da forno. La dipendente stava facendo una spesa dell’importo di 300 euro. La Suprema Corte ha confermato il licenziamento (ord. n. 8194 del 2018), come disposto precedentemente dalla corte territoriale. Ecco il caso nel dettaglio.

Cassiera licenziata, la vicenda

La donna lavorava per un supermercato marchigiano. La contestazione disciplinare era stata fatta a seguito di due eventi: aver prelevato due confezioni di caramelle al di fuori dell’orario di lavoro e averle messe dentro la sua borsa e aver ritagliato i punti presenti in due scatole di cracker. I bollini erano stati successivamente riposti dentro la borsa e, invece, le confezioni modificate ricollocate nello scaffale. La Corte d’appello riteneva che il comportamento della dipendente, registrato dalle telecamere di sorveglianza e che mostrava chiaramente l’accaduto, fosse un elemento determinante per la rottura del vincolo fiduciario. Il filmato, infatti, mostrava la volontà della cassiera di impossessarsi dei punti. Questo apparente piccolo evento, secondo la Corte d’appello di Ancona, poteva essere un chiaro segnale di perdita di fiducia verso la dipendente. Quest’ultima, nelle sue mansioni ordinarie, si occupa in prima persona del denaro aziendale, quindi qualcosa di molto delicato. In sintesi, la domanda che si pone è: l’azienda, dopo questo episodio, può fidarsi nuovamente della cassiera? La Corte territoriale ritiene giusto il licenziamento.

I motivi del ricorso

La donna propone ricorso in cassazione. Secondo la cassiera alcuni elementi non sono stati valutati correttamente. Per esempio, le confezioni sarebbero state danneggiate dal figlio e la donna non avrebbe ammesso il fatto con il capo reparto. Inoltre si lamenta la violazione e falsa applicazione degli articoli 2106 e 2119 c.c., dell’art. 1 della legge n. 604 del 1966 an rapporto alla giusta causa di licenziamento e di proporzionalità. Inoltre si sottolinea che nel momento dell’accaduto stava facendo una spesa dell’importo di 300 euro presso il supermercato e che in passato non aveva mai avuto dei precedenti disciplinari.

Cassiera licenziata, la sentenza della Suprema Corte

La Corte di Cassazione sostiene che i motivi non sono fondati. In primis, la donna aveva preso i bollini che il figlio aveva tagliato e li avevi riposti nella sua borsa, rendendosi complice. In ogni caso, un figlio minorenne è sotto la responsabilità della madre.

La Corte sottolinea che “in caso di licenziamento per giusta causa, ai fini della valutazione della proporzionalità tra fatto addebitato e recesso, viene in considerazione non già l’assenza o la speciale tenuità del danno patrimoniale, ma la ripercussione sul rapporto di lavoro di una condotta suscettibile di porre in dubbio la futura correttezza dell’adempimento […] In tale valutazione complessiva, la condotta lavorativa pregressa costituisce uno dei possibili elementi di valutazione, che però nel caso concreto può essere ritenuto meno significativo rispetto alle riscontrate modalità del fatto ed all’ elemento soggettivo che l’ha connotato.”

Pertanto il ricorso è rigettato, il licenziamento è giusto e la cassiera deve pagare le spese processuali.

Maria Rita Corda

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