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Cassazione, il lavoratore part–time può chiedere lo stesso trattamento del lavoratore full-time comparabile

Con la sentenza del 23-09-2016 n. 18709 la Corte di Cassazione ribadisce la vigenza del principio di non discriminazione per il lavoratore part-time che non può e non deve ricevere un trattamento meno favorevole rispetto al lavoratore a tempo pieno comparabile, dovendosi intendersi per tale quello inquadrato nello stesso livello di fonte collettiva.

La materia in esame trova la sua disciplina nel D. Lgs. n. 61 /2000, attuativo della Direttiva 97/81/CE relativa all’accordo-quadro sul lavoro a tempo parziale, finalizzato ad assicurare la soppressione delle discriminazioni nel confronti dei lavoratori part-time migliorando, al contempo, la qualità del lavoro a tempo parziale.

Il caso, sottoposto al vaglio dei giudici della Suprema Corte, riguardava una lavoratrice assunta come esattrice autostradale in regime part-time, la quale rivendicava il proprio diritto all’ottenimento delle differenze retributive, in conseguenza del fatto che non le era stato corrisposto un trattamento retribuivo riproporzionato alla ridotta entità della prestazione lavorativa eseguita, rispetto a quella normalmente prestata dai lavoratori a tempo pieno, bensì un trattamento differenziato e deteriore per il solo fatto di aver svolto un’attività lavorativa a tempo parziale.

Il principio di non discriminazione tra lavoratore part-time e lavoratore a tempo pieno comparabile

Nel dare attuazione alla Direttiva 97/81/CE  il legislatore nazionale ha introdotto, all’art. 4 del decreto suindicato, il principio di non discriminazione. In particolare, dall’analisi della normativa emerge come, fermi i divieti di discriminazione diretta ed indiretta previsti dalla legislazione vigente, il lavoratore a tempo parziale non deve ricevere un trattamento meno favorevole rispetto al lavoratore a tempo pieno comparabile, intendendosi per tale quello inquadrato nello stesso livello in forza dei criteri di classificazione stabiliti dai contratti collettivi di cui all’art. 1, comma 3, del medesimo decreto, per il solo motivo di lavorare a tempo parziale.

Per una puntuale comprensione della normativa de qua, la stessa Corte innanzitutto definisce i concetti di  lavoratore “a tempo parziale” e lavoratore “a tempo pieno comparabile”.

Il primo va qualificato come quel lavoratore il cui orario di lavoro normale, calcolato su base settimanale o in media su un periodo di impiego che può andare fino ad un anno, è inferiore a quello di un lavoratore a tempo pieno comparabile; mentre il secondo si concreta nella figura del lavoratore a tempo pieno dello stesso stabilimento, che ha il medesimo tipo di contratto o di rapporto di lavoro e un lavoro/occupazione identico o simile, tenendo conto di altre considerazioni che possono includere l’anzianità e le qualifiche/competenze. Nell’eventualità in cui non esista nessun lavoratore a tempo pieno comparabile nello stesso stabilimento, il paragone va fatto con riferimento al contratto collettivo applicabile o, in assenza di contratto collettivo applicabile, conformemente alla legge, ai contratti collettivi o alle prassi nazionali.

Ora, tornando al principio di non discriminazione valorizzato dalla Corte, la sua trasposizione in chiave applicativa comporta che il lavoratore a tempo parziale beneficia dei medesimi diritti di un lavoratore a tempo pieno comparabile, in particolare per quanto riguarda l’importo della retribuzione oraria, la durata del periodo di prova e delle ferie annuali, la durata del periodo di astensione obbligatoria e facoltativa per maternità, la durata del periodo di conservazione del posto di lavoro a fronte di malattia, gli infortuni sul lavoro, le malattie professionali, l’applicazione delle norme a tutela della salute e sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro, l’accesso ad iniziative di formazione professionale organizzate dal datore di lavoro, l’accesso ai servizi sociali aziendali, i criteri di calcolo delle competenze indirette e differite previsti dai contratti collettivi di lavoro, nonché i diritti sindacali.

E, ancora, la disciplina prevede che  il trattamento del lavoratore a tempo parziale sia riproporzionato in ragione della ridotta entità della prestazione lavorativa, in particolare per quanto riguarda l’importo della retribuzione globale e delle singole componenti di essa; l’importo della retribuzione feriale; l’importo dei trattamenti economici per malattia, infortunio sul lavoro, malattia professionale e maternità.

Delineati i confini applicativi del principio di non discriminazione, la Cassazione ritiene necessario concludere, sulla scorta della disciplina anzidetta,  sottolineando che la figura del “lavoratore a tempo pieno”  non può essere presa come punto di riferimento nell’applicazione del concetto di “lavoratore a tempo pieno comparabile”. Il dato letterale va interpretato in senso stretto, e, pertanto, quando prevede espressamente che per “lavoratore a tempo pieno comparabile” deve intendersi soltanto quello inquadrato nello stesso livello in forza dei criteri di classificazione stabiliti dai contratti collettivi nazionali di lavoro, esclude che ci si possa riferire a circostanze di fatto diverse, quali quelle inerenti le caratteristiche della continuità e dell’avvicendamento dei turni in cui sono impegnati i lavoratori a tempo pieno.

Virginia Dentici

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