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CEDU: diritto di accesso alla giustizia non è assoluto, sì alla sintesi del ricorso

Secondo la Corte europea dei diritti dell’uomo, il diritto di accesso alla giustizia, tutelato dall’art. 6 della CEDU come uno dei componenti principali del principio del giusto processo, non è assoluto.

Una vicenda giudiziaria nata in Italia, e che vedeva coinvolto un ex dirigente della società IBM che lamentava l’illegittimità del suo licenziamento per violazione della normativa UE, ha rappresentato, per la Corte europea, l’occasione utile per definire i limiti di tale diritto (caso Trevisanato c. Italia, ricorso n. 32610/07).
Il Sig. Trevisanato aveva fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo perché riteneva contrario all’art. 6 della CEDU il fatto che la Corte di Cassazione avesse dichiarato irricevibile il suo ricorso per violazione dei requisiti di forma previsti dall’art. 366 bis c.p.c.
Tale norma prevedeva che il ricorso in Cassazione per violazione o falsa applicazione di norme di diritto, come lamentato nel caso di specie, si dovesse concludere, a pena di inammissibilità, con la formulazione del principio di diritto che si assumeva violato e che, invece, nel ricorso del Sig. Trevisanato non era stato indicato, causandone il rigetto.
Come è noto, il ruolo della Corte di Cassazione è limitato ad un controllo sulla corretta applicazione del diritto, ma per anni la Corte ha dovuto fare i conti con la tendenza dei ricorrenti a concentrarsi nei ricorsi più che su motivi di diritto, su quelli di merito. Per frenare tali pratiche era stato, pertanto, introdotto l’art. 366 bis c.p.c. che è stato poi abrogato dalla l. 69/2009. L’abrogazione dell’art. 366 bis c.p.c è stata determinata da una riorganizzazione generale della procedura davanti alla Corte di Cassazione che ha rafforzato il ruolo del filtro preventivo sull’ammissibilità dei ricorsi e, dunque, non era legata ad una valutazione negativa dell’operatività dell’art. 366 bis c.p.c in sé.

Diritto di accesso alla giustizia, i limiti ammissibili

Corte europea dei diritti dell’uomo, il diritto di accesso alla giustizia non è assoluto
Corte europea dei diritti dell’uomo, il diritto di accesso alla giustizia non è assoluto

Ciò premesso in materia di legislazione interna, la Corte europea dei diritti dell’uomo trae dalla vicenda italiana gli spunti per definire, in via generale, quali sono i limiti del diritto di accesso alla giustizia che non violano l’art. 6 della CEDU.
In primo luogo, secondo la Corte europea, tale diritto non è assoluto, proprio per quanto riguarda le condizioni di ricevibilità dei ricorsi in quanto gli Stati mantengono un certo margine di apprezzamento in merito, potendo prevedere regole idonee ad assicurare il buon funzionamento della giustizia a seconda del ruolo svolto dai vari organi giurisdizionali e dell’insieme delle regole che governano il processo.
I limiti fissati dalle normative nazionali, tuttavia, devono perseguire uno scopo legittimo e vi deve essere proporzionalità tra quest’ultimo e i mezzi utilizzati.
In merito alla ratio dell’art. 366 bis c.p.c., la Corte europea qualifica tale norma come il punto di collegamento tra l’interesse del ricorrente ad ottenere la riforma della decisione impugnata e il ruolo della Suprema Corte come giudice dell’interpretazione uniforme della legge, ritenendo, pertanto, del tutto legittimo il suo scopo.
Per quanto riguarda, invece, il rispetto del principio di proporzionalità, la Corte europea richiama la propria giurisprudenza attraverso la quale ha più volte chiarito che un’interpretazione troppo rigorosa dei requisiti formali per presentare un ricorso può condurre ad una violazione dell’art. 6 della CEDU.
Nel caso di specie, la Corte europea, rileva l’inesistenza di un’interpretazione troppo formalista dell’art. 366 bis c.p.c in quanto la Corte di Cassazione, per consolidata giurisprudenza, era solita considerare ammissibili anche i ricorsi in cui la questione di diritto poteva essere desunta implicitamente, permettendo la chiara identificazione del contenuto del ricorso e del ragionamento del ricorrente.
In ogni caso, secondo la Corte europea, domandare ai ricorrenti in Cassazione di concludere esplicitamente il ricorso con un paragrafo di sintesi del ragionamento seguito e con l’indicazione del principio di diritto che si suppone violato, non richiede sforzi ulteriori e particolari ai ricorrenti, non proporzionati allo scopo perseguito dall’art. 366 bis c.p.c.
Inoltre, l’ampia e chiara giurisprudenza della Corte di Cassazione consentiva al ricorrente e al suo avvocato di valutare previamente in quali casi un ricorso veniva considerato ammissibile o meno.
A parere della Corte europea dei diritti dell’uomo, inoltre, non era da sottovalutare nemmeno il fatto che per patrocinare in Cassazione è richiesta l’iscrizione ad uno specifico albo che dovrebbe garantire la preparazione degli avvocati ivi iscritti in merito, soprattutto, alle norme applicabili per presentare un ricorso davanti alla Suprema Corte, tra le quali vi era, all’epoca, proprio l’art. 366 bis c.p.c, entrato in vigore, peraltro, molto prima della presentazione del ricorso nell’interesse del Sig. Trevisanato.
Per tali ragioni, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha respinto il ricorso contro l’Italia, ritenendo non sussistente una violazione dell’art. 6 della CEDU e, in particolare, del diritto di accesso alla giustizia, in quanto quest’ultimo può essere legittimamente limitato dagli Stati parte se i limiti sono basati su uno scopo legittimo e se sono proporzionali a quest’ultimo.

Mia Magli

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