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Cent’anni fa nasceva Aldo Moro, ricordo di uno statista

Compirebbe 100 anni oggi, Aldo Moro.

Filosofo del diritto di formazione, Aldo Moro nel ‘42 entra nella Dc di De Gasperi in clandestinità. Finita la guerra, viene eletto nella Costituente, scelto dal partito per la ‘Commissione dei 75’. Fondamentale il suo contributo per la stesura degli articoli dei «diritti e doveri dei cittadini», anche per al sua mediazione con le posizioni di di Tupini e Togliatti.

Nel ‘59, sconfitto l’altro «cavallo di razza» della Dc Fanfani, diventa segretario dello scudocrociato quando tramonta l’idea del centrismo e la dc si apre al Psi di Nenni e al nuovo centrosinistra (che poi questo termine debba avere il trattino o no è dibattito fatuo).

L’allargamento a sinistra incontra, come prevedibile, le resistenze delle gerarchie vaticane. I cardinali Siri e Ottaviani non lesinano critiche a Moro, accusandolo di stringere accordi con i «novelli anticristi» del Psi. Egli tuttavia non arretra e tira dritto, replicando che «la democrazia cristiana non è un partito cattolico, ma di cattolici che operano in politica». Ad ogni modo  il “fuoco amico” non è l’unico ostacolo che Moro incontra sul suo cammino riformatore. Sono anni tesi, quelli là: bisogna fronteggiare il “piano Solo”, un tentativo di golpe preparato da generale De Lorenzo per impedire alla politica nazionale la virata a sinistra che i socialisti, dal ’62 comodi nella stanza dei bottoni, avrebbero voluto accentuare. E quel tentativo di colpo di Stato non fu un caso isolato: fu poi ritentato otto anni più tardi dal “principe nero” Junio Valerio Borghese che tentò di mettere a segno il cosiddetto “golpe dell’Immacolata”. È lo steso anno in cui Curcio e Franceschini fondano le brigate rosse. La tensione si taglia a fette, insomma. E nonostante il «tintinnare di sciabole» di cui parlò Pietro Nenni, segretario del Psi, le conquiste dei governi del centrosinistra sono notevoli, già a partire dal ’62 con l’istituzione della scuola media unica obbligatoria e la nazionalizzazione delle industrie elettriche, con la nascita dell’Enel.

Il 4 dicembre del 1963 Aldo Moro forma il primo governo di centrosinistra organico, a cui ne seguiranno altri due fino al 1968. Tra le norme, che chiuderanno di fatto quella stagione di riforme, la legge sul divorzio, nel 1970, che resisterà al referendum abrogativo indetto quattro anni più tardi, e lo Statuto dei lavoratori, la riforma delle regioni. Sempre di quegli anni, inoltre la nascita della prima Commissione parlamentare antimafia.

aldo-moroNegli anni della contestazione Moro assume un atteggiamento defilato, guardando con grande attenzione al movimento del ‘68 e alle nuove istanze della società civile. Il fermento di quegli anni, spiegava all’anima più intransigente del suo partito, avrebbe comunque prodotto una società «più ricca ed esigente».

Quando nel ‘73, Moro assume la carica di presidente del partito, comincia a guardare al Pci di Berlinguer come un interlocutore col quale intraprendere un percorso di riforme. E cominciano a susseguirsi con una certa frequenza incontri riservati tra suoi fiduciari ed emissari del Pci in vista di un nuovo corso che avrebbe dovuto prendere il nome di «terza fase», dopo quella del centrismo e del centrosinistra.

Quest’operazione, però, non fa che aggiungere ostacoli al percorso già intrapreso da Moro. Ai nemici interni si aggiunge adesso anche l’aperta ostilità degli Usa, che, per bocca dell’allora segretario di Stato Kissinger, manifestarono apertamente la propria contrarietà ad un eventuale ingresso dei comunisti al governo.

Moro mostra grande fermezza e non sembra voler cedere alle pressioni d’oltreoceano. C’è addirittura chi accredita un suo disegno di guidare la «terza fase» direttamente dal Quirinale, dando per certa la sua elezione alla Presidenza della Repubblica.

Purtroppo, però, si tratta solo di congetture. Il 16 marzo del 1978, mentre sta per raggiungere la Camera per votare la fiducia al governo Andreotti che avrebbe visto l’ingresso dei comunisti nella maggioranza programmatica e parlamentare, in via Fani Aldo Moro viene rapito da un commando delle Br.

Segue la storia che tutti conosciamo. Cinquantacinque giorni di assurda prigionia e poi, il 9 maggio 1978, il ritrovamento del cadavere in via Gaetani.

Non pochi i punti che restano oscuri della vicenda, a partire dal coinvolgimento dei servizi segreti americani. Migliaia le ricostruzioni degli eventi, anche le più fantasiose. Il prossimo appuntamento è al prossimo 27 ottobre, quando una Commissione parlamentare di inchiesta, insieme ai tecnici del Ris, della Scientifica e i protagonisti di quella torbida stagione, tenterà ancora una volta – per quanto possibile, a quattro decenni di distanza – di avvicinarsi alla verità. Sarà coinvolto anche Alberto Franceschini, fondatore delle Br, che sull’affaire Moro ha dichiarato come «le Br furono indirizzate senza che i loro componenti ne fossero consapevoli».

A «zone d’ombra da diradare», ha fatto riferimento lo scorso febbraio il presidente Mattarella, ricordando come quella di Moro sia stata «una delle ferite più dolorose e laceranti della storia repubblicana». «Quel trauma – aggiunge il capo dello Stato – incise profondamente sulla vicenda nazionale, cambiandone il corso stesso» .

Andrea Merlo

 

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