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La discriminazione (non) viaggia sul treno

Nel mondo del diritto, già da tempo si denuncia l’insufficienza di un approccio meramente formale al tema dell’eguaglianza. Discorsi paludati da convegno universitario? Non proprio, se si guarda alla recente pronuncia della Cassazione (sez. lav., sentenza del 18 luglio 2016, n. 14636).

Con questa sentenza la Corte è stata chiamata a pronunciarsi sulla vicenda di M.R.., una donna competente e preparata, che partecipa a una prova selettiva per svolgere le mansioni di capotreno, e supera la selezione. Nonostante i buoni risultati, però, la visita medica decreta l’inidoneità a ricoprire quella posizione perché il d.m. 88/99 prescrive che il capotreno debba avere una statura almeno pari a 160 cm.

Dura lex, sed lex, insomma. Eppure… Eppure la lavoratrice si rivolge alla consigliera di parità della Regione Puglia, perché nutre il dubbio che questa legge non sia poi tanto giusta, dato che non tiene conto del fatto che l’altezza media delle donne è, di regola, assai inferiore rispetto a quella degli uomini. Insomma, la normativa sembra prevedere un’irragionevole disparità di trattamento ai danni delle donne in ambito lavorativo.

Il giudice di primo grado, investito della controversia, trova fondata la questione e decide così di disapplicare il d.m. 88/99 per sospetta incostituzionalità, nonché di annullare il provvedimento con il quale la lavoratrice era stata esonerata dal servizio e assunta come operatore (o, meglio, operatrice) di manovra, previo superamento di un’ulteriore prova selettiva. Ma la società datrice di lavoro non è per niente disposta a darla vinta alla signora M.R. e la questione giunge fino  in Cassazione. L’ostinazione, però, non non basta a convincere i giudici di legittimità: la Corte rigetta il ricorso, condannando  la società  finanche al pagamento delle spese processuali e al pagamento del doppio del contributo unificato.

Il suo destino, a dire il vero, sembrava già scritto: già nella nota sentenza 163/1993, infatti, la Corte Costituzionale aveva affermato l’illegittimità costituzionale di quelle disposizioni che prevedono, tra i requisiti per l’accesso alle carriere lavorative (nella fattispecie, si trattava di accesso alle carriere direttive e di concetto del ruolo tecnico del servizio antincendi della Provincia di Trento), il possesso di una statura fisica minima indifferenziata per uomini e donne. In questo caso, infatti, la disposizione apparentemente neutra – rispettosa del principio di eguaglianza formale – determina una discriminazione di tipo indiretto, una irragionevole disparità di trattamento a danno di una classe di soggetti. Se poi avesse dato uno sguardo al codice delle pari opportunità, avrebbe visto che è presente una serie di disposizioni a tutela del soggetto che asserisce di essere stato vittima di una discriminazione indiretta, fin dall’alleggerimento dell’onere probatorio.

Maria Giulia Bernardini

 

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