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Chiamate d’emergenza false, è reato

Telefonare ai numeri di emergenza senza che vi sia necessità,  fa rischiare una condanna penale per interruzione di pubblico servizio.

Attenzione quando decidete di chiamare i numeri di emergenza.

Se telefonate alle forze dell’ordine senza averne necessità, potreste intasare le linee telefoniche e creare un ostacolo alla possibilità di garantire un pronto intervento a chi ne ha realmente bisogno.

corte cassazione emergenza pubblico servizioLa decisione della Cassazione.

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 14010 del 2014, ha condannato un uomo che in sei giorni aveva effettuato 71 chiamate ai numeri 112, 113 e 117. Telefonate in cui recitava frasi modificando la voce, emetteva rutti, faceva pernacchie o avviava musica ad alto volume, tenendo le linee telefoniche occupate.

La difesa.

L’uomo, già condannato in appello per il reato di interruzione di servizio pubblico (art. 340 codice penale), ha proposto ricorso per Cassazione. Secondo la difesa non era stato concretamente verificato se queste telefonate avessero inciso sull’azione del servizio di pubblica necessità.

La condanna.

La Cassazione ha respinto il ricorso e condannato l’uomo.

Infatti, per avere interruzione di pubblico servizio, è sufficiente un’alterazione temporanea della regolarità del servizio. Quindi anche le turbative di breve durata possono far configurare il reato di cui all’art. 340 codice penale.

Nel caso in questione le chiamate furono addirittura 71 in sei giorni. In tal modo le linee telefoniche di emergenza rimasero occupate per un tempo notevole, e ciò ha turbato il regolare svolgimento dei servizi di soccorso, impedendo ad altri utenti di poter chiamare.

Stesso fatto, diversa decisione.

Un caso simile era già stato oggetto di una precedente pronuncia della Cassazione (sentenza n. 28738 del 2008).

carabinieri_112Una donna era stata condannata in primo grado e in appello per aver effettuato 104 chiamate in 112 giorni ai Carabinieri. Oltretutto minacciandoli di denunciarli per omissione di atti d’ufficio se non fossero intervenuti. La Cassazione non ha confermato la condanna perché la donna soffriva di problemi psichici e aveva effettuato le telefonate in seguito a reali dissidi con i suoi familiari.

Di conseguenza i giudici hanno ritenuto che mancasse la volontà da parte della donna di interrompere un pubblico servizio. Quindi non sussisteva il dolo del reato di cui all’art. 340 codice penale.

Livia Carnevale

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