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Cicatrice dopo rimozione tatuaggio, nessuna colpa se il medico ha adeguatamente spiegato i rischi

I tatuaggi vengono fatti spesso per ricordare un evento importante, una persona o un momento particolarmente significativo della vita. Alcune volte, però, quei “segni” che si pensa possano accompagnare il resto dell’esistenza sono visti solo con un peso perché non rappresentano più la realtà tanto amata. Quindi si cerca di porre rimedio a quel “errore di gioventù” sottoponendosi ad un intervento chirurgico che per quanto semplice ha i suoi rischi.

In una recente sentenza della Cassazione è stato analizzato un caso relativo alla rimozione di un tatuaggio e alla cicatrice che questo intervento ha causato.

Rimozione tatuaggio, la vicenda

Nel 1997 il Tribunale di Roma aveva condannato un medico e una clinica privata per i danni che la rimozione di un tatuaggio aveva creato a un paziente. L’intervento era andato a buon fine ma la rimozione aveva causato una cicatrice di evidenti dimensioni. Il paziente riteneva di non essere stato adeguatamente informato dal chirurgo su questo possibile rischio.

Il medico si appella alla Corte territoriale. Anche la Corte d’appello ritiene che il chirurgo non abbia informato correttamente il paziente, violando così la responsabilità contrattuale.

Il medico propone, quindi, ricorso per cassazione.

Rimozione tatuaggio, la sentenza n. 9806 del 2018

Tra i vari motivi presentati alla Suprema Corte il professionista ritiene di avere informato il suo paziente su tutti i rischi in cui poteva incorrere sottoponendosi all’intervento di rimozione anche realizzando un disegno che rappresentava la cicatrice e che questo emergesse anche dall’udienza.

Infatti il paziente aveva dichiarato di aver ricevuto delle spiegazioni dal dottore che tanto da preferire la rimozione chirurgica rispetto alla dermoabrasione per il migliore esito relativo alla cicatrice finale. Queste informazioni erano state fornite, secondo il paziente, anche attraverso un disegno. Alla luce di queste considerazione la Corte di Cassazione accoglie il ricorso e rinvia la causa alla Corte di Appello di Roma.

Maria Rita Corda

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