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Ciclismo: tutti assolti gli imputati nel processo Paga per correre

Paga per correre: il processo che ha visto importanti personaggi del ciclismo italiano sottoposti a giudizio innanzi al Tribunale Federale della Federciclismo si è concluso con l’assoluzione di tutti gli imputati.

Paga per correre, il processo sul ciclismo italiano

La Procura Generale del Coni, quale principale autorità inquirente sportiva italiana aveva rinviato a processo dinnanzi al Tribunale Federale della Federciclismo tre dei più importanti manager del ciclismo italiano, Angelo Citracca, Bruno Reverberi e Gianni Savio, con l’accusa di aver condizionato il passaggio al professionismo di atleti non sulla base di meriti sportivi ma del reperimento di uno sponsor che garantisse utili alla società. Le sanzioni di possibile applicazione erano lunghe squalifiche e notevoli ammende.

Lo scandalo era emerso verso la fine del 2015 su denuncia del Corriere della Sera sulla cui base erano state avviate indagini ed inchieste da parte della Procura Federale Fci e, a seguito della sua archiviazione, da parte del Coni. A seguito di una lunghissima e complessa indagine, che ha visto l’audizione di ben 27 testimoni operanti nel settore ciclistico, l’autorità inquirente del Coni ha disposto a carico dei tre manager imputati il rinvio a giudizio per violazione dell’art. 1 del Regolamento di Giustizia e Disciplina, che impone di osservare una condotta, sia individuale che associativa, conforme ai principi della lealtà, della rettitudine e della correttezza anche morale in tutti i rapporti riguardanti l’attività federale e nell’ambito più generale dei rapporti sociali ed economici.

Sostanzialmente, la condotta sotto accusa consisteva nel subordinare il passaggio a livelli professionistici dei ciclisti italiani al reperimento di sponsor che portassero alle società introiti di almeno 20 mila euro. Questa pratica è stata fortemente criticata in quanto comporta l’inevitabile conseguenza di far rimanere nel giro professionistico solo gli atleti più facoltosi o con importanti sponsor alle spalle a scapito del valore sportivo e della meritocrazia.

Accanto a questa accusa oggetto del giudizio erano anche pratiche volte ad imporre ai ciclisti il pagamento di ingenti somme di denaro per svincolarsi dal legame contrattuale a vantaggio dei manager delle società sportive.

Il processo si è caratterizzato dalla omertà e reticenza propri dell’ambito sportivo: gran parte dei ciclisti e dei loro parenti hanno negato con fermezza la sussistenza di siffatti fenomeni, senza dubbio con il timore di ritorsioni da parte dei rispettivi manager. Due importanti testimonianze dei ciclisti Marco Coledan ed Elia Viviani affermano invece la sussistenza di tali prassi in ambito ciclistico.

Ciclismo italiano: vince l’omertà, assoluzione per tutti gli imputati

Il processo noto con il nome “Paga per correre” si è concluso in data 11 novembre 2016 con la pronuncia di assoluzione per tutti gli imputati. Il Tribunale Federale ha pronunciato e pubblicato il dispositivo della sentenza assolutoria riservandosi di depositare la motivazione nei prossimi giorni. Il processo si è dunque concluso con la totale assoluzione di tutti i soggetti coinvolti nella vicenda ma non è ancora detto che la denuncia contro il sistema ciclistico italiano potrà portare ad importanti pronunce di condanna e a rilevanti squalifiche e ammende: potrebbe infatti seguire il secondo grado di giudizio innanzi alla Corte d’Appello e infine l’ultimo grado innanzi al Collegio di Garanzia del Coni.

La reazione dell’accusa, in persona dell’avvocato Ciardullo: “Un clima di autentica omertà, una cappa di silenzio che grava sul ciclismo italiano”.

Nei prossimi giorni, si attende il deposito della motivazione per comprendere le ragioni che hanno portato il Tribunale ad assolvere tutti gli imputati dalle accuse rivoltegli.

Martina Scarabotta

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