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USA, la Corte Suprema salva le cliniche abortive

Tutto il mondo è paese, verrebbe da dire. Mentre in Italia è stato necessario l’intervento del Tar per proteggere le donne dai rischi connessi all’elevato numero di obiettori di coscienza nei consultori (per approfondimenti, cliccare qui), La Corte Suprema degli Stati Uniti è dovute intervenire per salvare le cliniche abortive. Dopo lo sgambetto del Texas, infatti, la Corte è infatti intervenuta per bloccare due punti della legge sull’aborto, che avrebbero costretto la maggior parte delle strutture a chiudere.

Due le previsioni dichiarate illegittime: la prima imponeva a ogni clinica di avere un contatto privilegiato con un ospedale che distasse non più di trenta miglia; la seconda prevedeva che tali strutture dovessero adeguarsi agli (elevati) standard minimi di sicurezza previsti per gli ambulatori chirurgici.

La posizione della Corte

Secondo i giudici supremi, lo Stato del Texas avrebbe “attentato” al diritto costituzionale all’aborto, ostacolando le donne nell’accesso alla pratica di interruzione della gravidanza.

A più di quarant’anni dalla sentenza sul caso Roe (1973), che riconosceva la libertà della donna di porre fine alla gravidanza, la Corte Suprema è tornata a dibattere su un’altra legge texana. La questione, però, non è più se l’aborto sia o meno garantito dalla costituzione, ma fino a che punto gli Stati possano renderne difficoltosa l’operatività.

Chiara la posizione dei giudici supremi: dietro il presunto intento di rendere le cliniche più sicure, si nasconde il desiderio di farne cessare l’attività.

E in effetti, la legge in questione ha provocato la chiusura di oltre il 70% delle strutture texane che praticano aborti. L’impossibilità di far fronte agli investimenti necessari ad adeguare le cliniche agli standard imposti ha comportato, inoltre, il sovraffollamento delle poche rimaste. Per non parlare delle lunghe liste di attesa e delle distanze da percorrere.

La conseguenza? L’effettiva impossibilità, per molte gestanti, di accedere alle pratiche abortive.

aborto

Sembra, insomma, che la legge censurata non apporti benefici sanitari tali da giustificare la limitazione di un diritto costituzionalmente tutelato. Gli ostacoli imposti alla volontà delle donne sono inaccettabili.

Ma non è tutto. Da questo momento in poi sarà compito degli Stati che intendano imporre misure “a protezione delle donne” dimostrare che i vantaggi siano tali da legittimare le restrizioni all’accesso all’aborto.

Una decisione politicamente rilevante

La decisione della Corte (Whole Woman’s Health et al v. Hellerstedt), “partorita” lo scorso 27 giugno, oltre a essere una delle più significative sul tema da più di vent’anni, assume indubbia rilevanza politica.

Intanto, Hillary Clinton si mostra entusiasta: “E’ una vittoria per le donne in Texas e in tutta l’America“.

Chissà se la candidata del Partito Democratico avrà motivi per festeggiare anche l’8 novembre…

Claudia Chiapparrone

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