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Collazione ereditaria: cosa ne è della donazione fatta in vita dal coniuge o dal genitore?

Cosa succede nel caso in cui il coniuge o il genitore abbia donato, finché era in vita, all’altro coniuge o al figlio un bene così sottraendolo alla massa ereditaria?

L’istituto previsto dal diritto civile successorio è la collazione ereditaria ex art. 737 del codice civile. Ed è proprio su questo argomento che si è di recente pronunciata la Cassazione Civile con la sentenza n. 20041 del 6 ottobre 2016.

Collazione ereditaria, la sorte delle donazioni fatte in vita dal de cuius

L’art. 737 c.c. prevede che i figli o il coniuge che abbiano ricevuto dei beni in donazione dal de cuius quando era in vita sono tenuti a conferire quanto ricevuto nella massa eredita destinata alla divisione con gli altri coeredi, salvo che il defunto non li abbia dispensati da tale obbligo di collazione.

Lo scopo della norma è quello di garantire il rispetto delle quote di legittima nella successione, presumendosi che le donazioni fatte in vita dal de cuius altro non siano che un anticipo della successione ereditaria, non potendo le stesse andare a compromettere le quote successorie.

Quindi l’erede beneficiario della donazione è tenuto a conferire alla massa ereditaria, ai fini della divisione, quanto donatogli e, nel caso in cui il conferimento in natura non sia possibile, ad esempio nel caso in cui il donatario abbia alienato a terzi il bene ricevuto, dovrà procedersi al conferimento per imputazione. Ciò significa in sostanza che la quota ereditaria dell’erede donatario sarà ridotta in misura corrispondente al valore del bene donato al momento dell’apertura della successione.

Nel caso sottoposto al vaglio della Corte, il de cuius aveva donato un terreno a uno dei tre figli e gli altri coeredi avevano citato in giudizio il beneficiario per far valere l’obbligo di collazione, non sussistendo alcuna dispensa.

Tuttavia, non era possibile il conferimento in natura dato che, a seguito della donazione, il donatario aveva alienato ad un terzo tale terreno. Al fine di procedere al conferimento per imputazione, con riduzione della quota di legittima spettante all’erede donatario, si era posto il problema di determinare il valore del bene donato.

Infatti, gli altri eredi chiedevano che si prendesse in considerazione il valore del terreno alla data di apertura della successione, come richiesto dalla legge, mentre l’erede donatario chiedeva che fosse applicata la normativa sulle migliorie apportate al bene donato.

Infatti, alla data della donazione, così come alla data dell’alienazione del bene al terzo, il terreno aveva una destinazione agricola, mentre al momento dell’apertura alla successione, a seguito della sopravvenuta variazione urbanistica, era divenuto edificabile, acquistando così un significativo incremento di valore.

Collazione ereditaria, il concetto di miglioria nella nuova sentenza della Cassazione

In base all’art. 747 c.c., la collazione per imputazione si fa avuto riguardo al valore dell’immobile al tempo dell’apertura della successione.

Non sono però irrilevanti, ai fini del computo del detto valore, gli eventuali miglioramenti che abbiano interessato l’immobile. Stabilisce infatti l’art. 748 c.c. che si deve dedurre a favore del donatario il valore delle migliorie apportate al fondo, comprese quelle apportate dal terzo acquirente.

Ciò significa, in concreto, che il valore del bene al momento dell’apertura della successione debba essere ridotto in ragione del valore delle migliorie apportate al bene, risultando necessario il rimborso dei miglioramenti in quanto non sarebbe ragionevole imporre al donatario di conferire un valore che non è riferito all’originaria consistenza della res donata, ma che dipende, piuttosto, da iniziative da lui assunte (nel caso di miglioramenti eseguiti a sua cura e spese) o da interventi di terzi che abbiano inteso favorirlo (nel caso in cui i miglioramenti siano apportati da altri.

La Cassazione, con questa recente pronuncia, ha chiarito quando trova applicazione la disciplina sulle migliorie idonea a dar luogo al diritto per il donatario tenuto alla collazione di ottenerne il rimborso.

La Corte rileva che le migliorie di cui agli artt. 748 e 749 c.c. si identificano in quelle opere che si incorporino nel fondo ed aumentino le opere esistenti, ovvero ne migliorino l’efficienza, oltre alle spese sostenute per la liberazione della cosa da pegni, ipoteche, oneri reali o servitù.

E’ escluso, invece, che possano costituire migliorie le vicende che non abbiano alcuna attinenza alle evenienze descritte, come l’acquisizione, da parte del fondo, di una attitudine edificatoria prima mancante.

Il mutamento della destinazione urbanistica del fondo non dipenderebbe infatti da un’attività del donatario o del terzo diretta ad incrementare il valore del bene e quindi l’eventuale scomputo del valore delle migliori dal valore del bene non sarebbe correlativo ad un esborso del donatario, non rispondendo quindi alla finalità che sottende il regime dei miglioramenti della res donata.

Per la Corte, il mutamento della destinazione del bene costituisce una variabile economica da tenere in conto ai fini della stima del bene, anche al fine di valutare l’opportunità di procedere o meno all’alienazione del bene prima dell’apertura della successione, accollandosi in capo al donatario il rischio delle modificazioni del prezzo di mercato che possano determinarsi prima dell’apertura della successione.

In applicazione di tale principio, la Corte ha confermato che, anche nell’ipotesi di alienazione del bene, il quale abbia subito un incremento di valore per effetto di una destinazione edificatoria insussistente al momento del trasferimento il bene, questo deve essere stimato, ai fini della collazione, facendo riferimento al momento in cui si apre la successione, non trovando applicazione la normativa sulle migliorie.

Questa pronuncia dunque rende più gravosa la posizione dell’erede donatario non dispensato dalla collazione che sarà dunque chiamato a rinunciare alla quota ereditaria per un valore notevolmente superiore al valore ricavato dalla vendita della res donatagli dal de cuius.

Martina Scarabotta

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