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Cooperazione giudiziaria in materia penale: la Corte Ue bacchetta l’Ungheria.

Cooperazione giudiziaria in materia penale: la Corte Ue bacchetta l’Ungheria.

Il principio del reciproco riconoscimento delle sentenze e delle altre decisioni di autorità giudiziarie straniere, che si innesta nel più ampio progetto di armonizzazione del diritto nazionale dei singoli Stati membri al diritto sovranazionale dell’Unione Europea, ha orientato le decisioni della Corte di Giustizia UE, in ultimo nella sentenza 9 giugno 2016, n. C-25/15, in cui l’organo è stato investito su di una questione interpretativa relativa alle norme da applicare nell’ambito dell’interpretazione e della traduzione nei procedimenti penali.

Cooperazione giudiziaria in materia penale, il caso “BALOGH”

La domanda è stata presentata da una autorità giudiziaria ungherese (tribunale di Budapest-Agglomerazione) per il riconoscimento in Ungheria degli effetti di una sentenza penale definitiva emessa da un organo giurisdizionale di un altro Stato membro (Austria): poiché la sentenza di cui trattasi era redatta in lingua tedesca, in tali casi, il diritto ungherese prevede l’instaurazione di un apposito “procedimento speciale” per il riconoscimento dell’efficacia della sentenza straniera, oltretutto, addebitando le spese processuali a carico del soggetto condannato.

L’interrogativo sottoposto alla Corte teneva conto, da un lato, che la Direttiva 2010/64/UE prevede la gratuità della traduzione e, dunque, renderebbe inapplicabili le disposizioni speciali del diritto ungherese; dall’altro, che la citata Direttiva non potrebbe trovare applicazione perché limitata ai soli «procedimenti penali e nei procedimenti di esecuzione di un mandato di arresto europeo».

Cooperazione giudiziaria in materia penale, il responso della Corte

La Corte, pur ravvisando la inapplicabilità della Direttiva nella specie, nell’ambito dei propri poteri, ha ravvisato l’incompatibilità del diritto ungherese con altre due fonti normative: la Decisione quadro 2009/315/GAI e la Decisione 2009/316/GAI, relative al Sistema di scambi fra gli Stati membri di informazioni sui casellari giudiziari (ECRIS). Le predette decisioni, infatti, prevedono che l’iscrizione nel casellario giudiziario delle condanne pronunciate dagli organi di altri Stati membri debba essere effettuata direttamente, non potendo dipendere, come avvenuto, dal previo svolgimento di un procedimento di riconoscimento giudiziario delle suddette condanne.

Secondo la Corte, un procedimento di tal specie, sarebbe tale «da privare di utilità il meccanismo di traduzione automatizzato previsto dalla decisione 2009/316 e, pertanto, da mettere in pericolo la realizzazione degli obiettivi perseguiti dalla decisione quadro 2009/315 e dalla succitata decisione».

Luciano Romeo

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