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Giornalista critica lo stile di vita di Celentano, nessuna diffamazione

Giornalista di Panorama critica lo stile di vita di Celentano: se il giornalista parte da fatti veri non è diffamazione (Cass. 36838/2016).

“Siamo la coppia più bella del mondo”, cantava Celentano. E guai a chi osa metterlo in discussione! Un articolo dal titolo “Ritratto di famiglia in un inferno” apparso sul settimanale Panorama ha fatto andare su tutte le furie il Molleggiato che, insieme alla moglie Claudia Mori, ha trascinato in tribunale il giornalista accusandolo di diffamazione a mezzo stampa. Nell’articolo si forniva una rappresentazione della vita privata del cantante ben poco felice, suggerendo al lettore che in realtà vi sia un notevole scarto tra i modelli di vita predicati pubblicamente dallo stesso Celentano nelle sue trasmissioni televisive e il suo modo di vivere effettivo. Al settimanale veniva in particolare addebitato di aver ricostruito i fatti «appositamente prendendo a prestito singole frasi raccolte quinci e quivi all’interno di alcune tra le miriadi di dichiarazioni fatte nel corso degli anni ed in momenti affatto diversi dai vari membri di una famiglia numerosa, e senza collocarle all’interno episodico di un lungo percorso di vita familiare» all’unico scopo di dare una visione distorta della famiglia Celentano. In definitiva, sarebbero stati artificiosamente enfatizzati gli aspetti più oscuri e turbolenti della vita della celebre coppia – una lite con un fotografo, un bacio dato a un’attrice, una beneficienza solo annunciata, lo screzio col figlio – e dolosamente taciute le dichiarazioni che ne evidenziavano l’affiatamento.

Critiche a Celentano: la decisione della Corte

Le proteste del cantante non hanno però  convinto i giudici che hanno assolto il giornalista perché il fatto non costituisce reato. La Cassazione ha infatti ricordato che il cronista è libero di selezionare le notizie necessarie a scrivere il suo articolo, purchè vi sia il rispetto della realtà dei fatti e della continenza del linguaggio. Se parte  da fatti reali, il giornalista è libero di operare una selezione purché le vicende commentate non si trasformino in una gratuita aggressione alla sfera personale delle persone coinvolte.

Perché un dato possa dirsi “manipolato” al punto da integrare il delitto di diffamazione occorre che, complessivamente, il racconto risulti così distante dalla realtà da  trasformarsi un un vero e proprio stravolgimento del fatto raccontato. Resta in ogni caso fermo che il giornalista è libero di esercitare il proprio diritto di critica e le opinioni espresse non sono mai valutabili in termini oggettivi: ad esse la Corte riconosce infatti  “carattere congetturale”, ritenendole frutto degli “interessi e la cultura” di chi scrive. L’importante è che non vengano utilizzate “notizie false o mistificatorie”, che il linguaggio sia continente nell’espressione e la critica si eserciti su fatti e persone aventi rilevanza pubblica.

Quanto poi alla ritenuta offensività del titolo, la Suprema Corte sottolinea che di questo non risponde il cronista, il quale si limita ad inviare il pezzo, poi titolato in redazione.

Non è poi così azzurro…

Teresa Cosentino

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