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Daniel Goleman e la funzione dell’intelligenza emotiva

Il ruolo dell’intelligenza emotiva e del quoziente emozionale nel libro di Daniel Goleman: autoconsapevolezza e sviluppo armonico della personalità.

Fred: “Hai ritirato la mia roba in tintoria?”.

Ingrid: (Con tono di scherno) “Hai ritirato la mia roba in tintoria?”

Vattela a prendere da te la tua maledetta roba. Che cosa sono, la tua serva?”.

Fred: “Magari. Se lo fossi, almeno sapresti fare il bucato”.

Questo dialogo tra coniugi è tratto dal capitolo dedicato all’intelligenza emotiva applicata alla vita coniugale del libro “Intelligenza emotiva” di Daniel Goleman, psicologo, scrittore e giornalista statunitense.

Lo scambio di battute rappresenta l’emblema della facilità di fraintendersi, della difficoltà di comprendersi e relazionarsi con gli altri. Il rischio, nel non saperlo fare, è creare un muro fra gli individui, basato su una interpretazione errata delle idee altrui falsate dalla propria prospettiva, sfociando in incomprensioni insanabili, rabbia e frustrazione personale.

Per evitare queste conseguenze, dagli anni ’90 si è affermata la rilevanza di un aspetto della nostra personalità il cui ruolo è spesso stato sacrificato in favore dell”intelligenza tradizionale: l’intelligenza emotiva.

Su questo l’argomento è incentrato il libro di Daniel Goleman, secondo il quale l’intelligenza emotiva costituisce una risorsa incredibile di ognuno di noi, ma ancora poco conosciuta ed utilizzata dai non addetti ai lavori. Dalla sua pubblicazione le ricerche e gli studi condotti in materia sono poi proseguiti senza sosta.

Daniel Goleman e l’intelligenza emotiva

golemanNel libro dell’autore americano viene detto in più parti: dare rilievo soltanto all’aspetto razionale-intellettuale dell’intelligenza umana, parametrando i risultati scolastici, lavorativi, scientifici unicamente al quoziente intellettivo “solito” significa privare le persone di una componente fondamentale ed imprescindibile, che guida le nostre azioni più di quanto pensiamo.

Tale componente è proprio l’emotività: come ampiamente spiegato nel libro, fin da piccoli alcuni tratti del nostro carattere si manifestano naturalmente, cambiando poi nel corso della crescita e a seconda dell’educazione. Questo non significa, tuttavia, che l’imprinting sia definitivo, essendo possibile intervenire per smussare alcuni aspetti, tenendo peraltro sempre presente che “il Q.I. e l’intelligenza emotiva non sono competenze opposte, ma solo separate”.

Il libro riporta tra le fonti numerose ricerche scientifiche, analizzando con rigore scientifico il ruolo del cervello e dell’amigdala nello sviluppo emozionale e delineando le reazioni che si creano quando proviamo un’emozione, positiva o negativa che sia.

Leggerlo è illuminante, perchè contiene vari esempi sui tipi di personalità (secondo la classificazione dello psicologo John Mayer riportata nel libro: autoconsapevoli, sopraffatti e rassegnati) e sulla soggettiva gestione di tante situazioni che ognuno di noi sperimenta quotidianamente: imprevisti, fastidi, ansie, delusioni e dispiaceri.

Viene illustrato il ruolo dell’intelligenza emotiva come capacità di gestire se stessi, comprendere ed ascoltare le proprie reazioni, con la finalità di imparare a prevenire scoppi di rabbia incontenibile, sviluppare l’empatia verso l’altro e convogliare la propria istintività con modalità emotivamente valide, per evitare quel processo inarrestabile che Goleman nel suo libro definisce “sequestro emozionale”. Il testo spiega il ruolo di uno scontro positivo nelle discussioni, della capacità di calmarsi attraverso un processo di autoconsapevolezza (intesa come continua attenzione ai propri stati interiori) e detossificazione del cosiddetto “discorso interiore”, descrivendo inoltre strategie per lenire l’ansia e controllare impulsi e malinconia.

Applicare il quoziente emotivo all’ambito professionale

Tutte le potenzialità emotivo-empatiche sono insite in ognuno di noi, e risultano preziose non soltanto nella vita personale, sociale e coniugale ma anche in quella lavorativa. Non esiste infatti contesto professionale in cui non sia utile avere il controllo di se stessi e sapersi rapportare con gentilezza e predisposizione all’ascolto nei confronti dell’altro.

Qualsiasi avvocato sa di doversi relazionare ogni giorno con decine di persone diverse, dal cliente al collega di studio o di controparte, dal cancelliere all’ufficiale giudiziario, passando per giudici, forze dell’ordine ed operatori del settore. O pensiamo al rapporto medico-paziente, ad architetti, ingegneri, psicologi, operatori di call center a contatto con la clientela: lo stesso discorso vale per ogni professionista e ogni lavoratore, in tutti gli ambiti.

Si ritorna pertanto al classico detto “conosci te stesso”, e mai come al giorno d’oggi sapersi valorizzare in ogni aspetto del sé può fare la differenza, per uno sviluppo armonico della personalità che sfoci nella sophrosyne greca, ovvero la “cura e intelligenza nel condurre la propria vita”.

Chiara Pezza

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