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Danno da demansionamento riconosciuto al dirigente finito allo sportello

Ammettiamolo: tutti noi ci facciamo condizionare dall’opinione che gli altri hanno di noi, specie quando si tratta di parenti e colleghi. E lo sa bene anche la Cassazione: talmente bene che, in un giudizio avente ad oggetto un caso di dequalificazione di un lavoratore, è arrivata ad affermare, con la sentenza n. 18405/2016 depositata lo scorso 20 settembre, che il demansionamento posto in essere in danno di quest’ultimo “era ben evidente agli occhi dei colleghi”.

Il demansionamento

Come sappiamo, secondo l’art. 2103 c.c., il dipendente non può essere adibito a mansioni inferiori rispetto a quelle per le quali è stato assunto e inquadrato e ciò al fine di evitare la lesione della professionalità acquisita dal lavoratore.

Al momento dell’assunzione il datore di lavoro deve far conoscere al lavoratore la categoria e la qualifica che gli sono state assegnate in relazione alle mansioni per cui è assunto. In assenza di un’indicazione specifica occorre far riferimento, al fine di individuare la qualifica, alle mansioni effettivamente svolte in modo stabile all’interno dell’azienda.

Secondo una consolidata giurisprudenza di legittimità, la limitazione dello ius variandi, prevista dall’articolo 2103 c.c., mira ad impedire la modifica in pejus delle mansioni del lavoratore contro la sua volontà ed in suo danno, salvo che venga provato in fatto che il demansionamento sia disposto con il consenso del lavoratore finalizzato ad evitare il licenziamento reso necessario da una situazione di crisi aziendale.

In tema di risarcimento del danno non patrimoniale, derivante da demansionamento e dequalificazione, sempre la giurisprudenza di legittimità ha, più volte, affermato che il riconoscimento del diritto del lavoratore al risarcimento del danno professionale, biologico o esistenziale, non ricorre automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale e non può prescindere dall’esistenza di un pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile) provocato sul fare reddituale del soggetto e che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all’espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno.

Il caso

Il quadro generale, in cui si inserisce “la peculiarità” della sentenza citata, è quello sopra descritto.

Ma andiamo al caso: trattasi di un gravissimo e totale demansionamento subito da un dipendente più precisamente un Quadro, di un istituto bancario per essere stato lo stesso adibito a mansioni di sportellista di filiale.

Salto in pejus, direi, evidente e certamente riconosciuto dal giudice di prime cure che, dopo aver accertato l’adibizione a mansioni non equivalenti, condanna la società resistente al risarcimento del danno alla professionalità nella misura del 100% della retribuzione percepita durante il periodo della dequalificazione (circa €. 97.000,00).

Della medesima opinione si mostrava la Corte di Appello di Milano, la quale, ribadito il demansionamento, confermava la condanna al pagamento della somma indicata imputandola, tuttavia, anche al danno esistenziale.

La sentenza n. 18405/2016

Ma l’Istituto soccombente non ci sta e ricorre in Cassazione lamentando l’omessa allegazione, nel ricorso introduttivo, della natura e delle conseguenze del pregiudizio subito nonché la mancata prova delle refluenze del demansionamento sulla vita familiare e della conoscibilità dello stesso al di fuori dei luoghi di lavoro.

Ma per la Cassazione il danno è tutt’altro che non provato.

Anzi: conferma la legittimità della richiesta del danno esistenziale in quanto la dequalificazione del quadro a sportellista diventa di pubblico dominio sia nei confronti dei colleghi che dei clienti, nonché di chiunque possa accedere all’istituto di credito dato che trattasi di luogo aperto al pubblico.

Come a voler dire che del demansionamento, in fin dei conti, se ne sono accorti tutti, e questo basta.

Con la conseguenza di non poco conto che sarà l’opinio populi a diventare determinante per la prova del demansionamento, e non la perdita della professionalità e/o di chance del dipendente.

Occhio, allora, ai commenti negativi dei colleghi sul posto di lavoro e al loro stupore nel vedervi adibiti a mansioni che ritenete inferiori: ancora non lo sapete ma potreste avere già diritto al danno da demansionamento.

Fabiola Fregola

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