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Dà del Pinocchio all’amministratore: lecita la satira

Da del Pinocchio all’amministratore: lecita la satira

C’era una volta un falegname di nome Geppetto, che aveva costruito un burattino di legno e l’aveva chiamato Pinocchio: “Come sarebbe bello se fosse un bambino vero!” sospirò quando finì di dipingerlo. Ma questa è un’altra storia. La nostra, invece, scevra di mangiafuochi e fate turchine, sembrerebbe più simile alla storia del gatto e la volpe. Una favola dentro la favola stessa, dove il furbo e diabolico personaggio, utilizza, superando le avversità, la rappresentazione fiabesca del bugiardo di turno, per ottenere il famigerato senso di rivalsa, al primo errore, bramato o calcolato che sia, del proprio interlocutore. E cosi il personaggio della nostra favola “reale” (che mi si passi l’ossimoro) diventa l’ignaro primo attore dell’ennesimo caso di giustizia.

La strana vicenda

Accade, pertanto, che l’amministratore del condominio, che dà all’ assemblea la falsa notizia sul diritto a ricevere detrazioni fiscali per alcuni lavori fatti, può impunemente essere raffigurato come Pinocchio, in un volantino messo in tutte le buche delle lettere. E tra un volantino e l’altro, si passa in Tribunale, dove l’offeso chiede sia fatta giustizia, per aver tale scelleratezza diffamato la sua immagine professionale e il creativo offensore, invochi a spada tratta il diritto di critica anche sotto forma di diritto di satira, sostenendo che il condominio avesse interesse a conoscere gli errori compiuti dall’amministratore. La satirica vignetta, per dovere di cronaca, rappresentava il professionista come un personaggio con naso allungato e con un cartello appeso al collo con la scritta “Pinocchiopoulos” ed in calce alla stessa, vi era apposta una citazione che rimarcava la propria mancanza di titoli abilitativi (sebbene non necessari per l’incarico ricoperto) .

La sentenza della Corte di Cassazione

Dal Tribunale, che accoglie la domanda dell’offeso, alla Corte di Cassazione il passo è breve. Ma la favola, se mi si consente l’accostamento, come consolidata tradizione, cambia scenario e giunge alla inaspettata conclusione. Ebbene, la Suprema Corte, con la sentenza n. 41785/2016, ribalta totalmente la decisione del precedente grado di giudizio, partendo da tale assunto: “tale esposizione argomentativa, oltre ad essere al limite dell’inadeguatezza a giustificare le ragioni della decisione, è incoerente con il solido indirizzo di questa Corte, secondo il quale il requisito della continenza, elemento costitutivo del diritto di critica, non riguarda il contenuto delle espressioni ma la forma della comunicazione, che non deve trascendere in espressioni inutilmente disonorevoli e dispregiativa o esageratamente aggressive verso la persona criticata”. In effetti, i Giudici sostengono nella parte motiva, che il rispetto del canone della continenza, esige che le modalità espressive dispiegate siano proporzionate e funzionali alla comunicazione dell’informazione, e non si traducano, pertanto in espressioni che, in quanto gravemente infamanti e inutilmente umilianti, trasmodino in una mera aggressione verbale del soggetto criticato. Applicando, quindi, tale principio al caso in esame, la citazione dei volantini, sempre secondo i giudici di piazza Cavour, per quanto impropria, non ha assunto caratteri in se infamanti o umilianti, riferendosi esclusivamente all’ operato dell’amministratore in quanto tale, ritenuto sbagliato in relazione alla circoscritta questione fiscale di interesse del condominio. La stessa immagine di Pinocchio, appare inquadrabile, secondo la Suprema Corte, nel diritto di satira, costituzionalmente garantito. La scriminante, pertanto, rispetto al reato di diffamazione, sta nella verità dell’accusa: l’ignoranza delle leggi fiscali ha portato l’amministratore a mentire sulle detrazioni spettanti al condominio.
Morale della favola, il gatto e la volpe (o chi per loro) acciuffano il povero Pinocchio per la coda. E tutti vissero felici e contenti, senza rinvio.

Mariano Fergola

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