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Dà del “puttaniere” al marito fedifrago, diffamazione?

Dà del “puttaniere” al marito fedifrago, diffamazione? La domanda sorge spontanea, la risposta non tarda a venire. Se sei bello, ti tirano del “puttaniere”, si potrebbe pensare. Ma pare che definire in tal modo, il proprio ex marito davanti a terze persone, magari il proprio figlio, non integri per forza il reato di diffamazione ma può pure essere letto come una critica legittima, seppur poco ortodossa e non certo tipica delle nobildonne. Occorre, infatti, valutare il contesto e le modalità dell’espressione, perché oltre che a chi frequenta prostitute il termine può essere riferito anche a chi è alla continua ricerca di avventure.

La Corte di Cassazione

I giudici della Cassazione
I giudici della Cassazione

A fornire questa rivoluzionaria prospettiva sono i magistrati della Cassazione, che, con la sentenza n. 37397/16 depositata nei giorni scorsi, hanno messo in discussione la condanna per diffamazione decisa dai giudici di Teramo nei confronti di una moglie che, parlando in casa col figlio, accompagnato dalla fidanzata, ha definito il marito – che l’aveva tradita e da cui, all’epoca, si stava separando, appunto «un puttaniere». Quelle parole, però, oltrepassando i muri e i confini del mondo, sono giunte all’orecchio dell’uomo, che sentendosi smodatamente “criticato”, ha trasferito la questione dalle mura domestiche alle aule di giustizia. E la signora si è ritrovata sulle spalle una condanna per diffamazione con l’aggiunta di un beffardo risarcimento a favore dell’odiato coniuge, malgrado invocasse la scriminante dell’esercizio del diritto di critica, avendo proferito l’espressione solamente per aver scoperto la tresca dell’uomo con un’altra donna, nel bel mezzo della causa di separazione. Per la Suprema Corte, però, la soluzione adottata è troppo generica, e non tiene conto del «diritto di critica» che può essere esercitato da una moglie ferita.

La sentenza

Il requisito della “continenza delle espressioni attraverso le quali si estrinseca il diritto alla libera manifestazione del pensiero – si legge – postula una forma espositiva corretta della critica rivolta e cioè strettamente funzionale alla finalità di disapprovazione e che non trasmodi nella gratuita ed immotivata aggressione dell’altrui reputazione”. Del resto, esso non vieta, hanno ricordato i Giudici, “in alcun modo l’utilizzo di termini che sebbene oggettivamente offensivi siano insostituibili nella manifestazione del pensiero critico, in quanto non hanno adeguati equivalenti”. Ed è fatto carico al giudice verificare “se la valenza negativa del giudizio espresso possa trovare conforto in elementi positivamente apprezzabili che lo giustifichino e valgano nel contempo ad escludere che si tratti di invettiva volta soltanto ad aggredire la personalità del destinatario, e in ultima analisi ad umiliarlo, al di fuori di un contesto critico e di una funzionalità argomentativa”. Nel caso di specie, a parere della Cassazione, il giudice d’appello si è limitato a bandire l’espressione puttaniere nell’area di quelle prive di temperanza senza offrire alcuna spiegazione. E una simile conclusione è evidentemente inadeguata, considerato che il termine in questione presenta più di una comune accezione. “Vi è infatti – ha spiegato la Suprema Corte – quella, derivante dalla sua letteralità, di connotazione di persona dedita alla frequentazione di meretrici, indubbiamente capace non solo di offendere ma anche di bollare il destinatario di essa, quando pronunciata al di fuori di una prospettiva ironica”. Ma vi è anche quella, “non ineludibilmente incontinente, di donnaiolo, playboy o uomo alla perenne ricerca di avventure amorose frivole e passeggere, che è la accezione riconosciuta nella lingua italiana traslata”. Per cui, a conti fatti il ricorso della donna è accolto e la parola passa al giudice del merito che dovrà riesaminare la vicenda tenendo conto di due punti fermi forniti dai giudici della Suprema Corte: che solo le espressioni che trasmodano in una incontrollata aggressione verbale superano il limite della continenza e che il comportamento dell’imputato va calato nel contesto ambientale e storico di riferimento.

Per completezza di argomentazione, non potrà essere trascurato un altro particolare di non poco conto, ossia che la causa per la separazione si è intanto conclusa, e i giudici della Corte d’appello di L’Aquila hanno attribuito al marito traditore tutte le colpe per la irrecuperabile crisi del rapporto coniugale e lo scellerato esempio di cattivo padre reso al giovane figlio. Oltre il danno, la beffa. Evviva la critica.

Mariano Fergola

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