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Dipendente in malattia: no al licenziamento anche se esce contro parere medico

L’assenza del lavoratore da casa durante la malattia non comporta automaticamente il licenziamento per violazione degli obblighi di correttezza, diligenza e buona fede nell’esecuzione del rapporto di lavoro. Tale condotta, se è vero che può essere sanzionata per violazione dell’obbligo di reperibilità durante gli orari prescritti, è un inadempimento la cui gravità non può giustificare un immediato licenziamento e va valutata caso per caso. In particolare il licenziamento è da escludersi se il giudice ritiene che “la cautela della permanenza in casa – anche se prescritta dal medico – non sia necessaria al fine della guarigione e della conseguente ripresa della prestazione lavorativa”.

La vicenda

doctor-1149149Così si è espressa la Corte di Cassazione che, con la recente sentenza n. 20210 del 7 ottobre 2016, ha rigettato il ricorso con cui il datore di lavoro chiedeva l’annullamento della sentenza della Corte di Appello di Milano che aveva dichiarato l’illegittimità del licenziamento intimato al proprio dipendente per essersi allontanato da casa durante la malattia e la reintegra nel posto di lavoro.
Il motivo alla base della contestazione del datore di lavoro, ribadito poi nel ricorso per Cassazione, si riferiva al fatto che la malattia sarebbe stata simulata dal lavoratore e che il ripetuto allontanamento dello stesso da casa, durante il periodo della convalescenza, sarebbe stato comportamento inadeguato, in quanto motivo di aggravamento delle condizioni di salute del lavoratore e di ritardo nella guarigione. A riprova di quanto sostenuto, il datore di lavoro aveva disposto un’attività investigativa che tuttavia si riferiva agli ultimi tre giorni di un periodo di malattia durato ben due mesi. Durante le visite di controllo il lavoratore era sempre stato in casa ed alla fine del periodo di malattia era regolarmente rientrato a lavoro. La corte d’Appello dunque aveva rigettato il ricorso del datore di lavoro poiché non vi erano prove che la malattia fosse simulata né che il fatto addebitato potesse costituire violazione alcuna da parte del lavoratore dei sui obblighi.
Nel successivo ricorso proposto dal datore di lavoro alla Corte di Cassazione, il ricorrente insisteva, da un lato, sulla oggettiva potenzialità pregiudizievole della condotta del lavoratore che a suo dire non era stata correttamente valutata dal giudice dell’appello e, dall’altro lato, evidenziava che in diverse circostanze, durante le indagini privatamente svolte, il lavoratore era stato più volte visto mentre si allontanava da casa o rientrava in ritardo mancando di rispettare le fasce di reperibilità.

La sentenza Cass. Civ. Sez. Lavoro n. 20210/2016

case-law-677940_1920Con la sentenza 20210/2016 la Cassazione civile è intervenuta a chiarire gli aspetti peculiari relativi alla condotta del lavoratore chiarendo in quali casi è da ritenersi esclusa la conseguenza del licenziamento. Non sussiste, infatti, la violazione quando, in ottemperanza alle prescrizioni del medico legale, il lavoratore si sia allontanato da casa o abbia ripreso a compiere normali attività della vita privata, in quanto ciò non può essere considerato gravoso quanto una attività lavorativa svolta a pieno ritmo. Tale condotta, infatti, non è idonea a configurare un inadempimento a danno degli interessi del datore di lavoro a meno che non si possa provare che il malato abbia svolto attività lavorativa presso altri. In questo caso è pure da escludersi che il lavoratore abbia l’obbligo di dimostrare, a conferma della certificazione medica, la perdurante inabilità a svolgere le mansioni lavorative. Resta, invece, onere del datore di lavoro dimostrare eventualmente che il comportamento del lavoratore contrasta con gli obblighi di correttezza, diligenza e buona fede nell’esecuzione del rapporto di lavoro ex artt. 1175, 1176, 1375, 2105 e 2110 del c.c.

La conclusione: possibile allontanarsi anche contro la prescrizione medica

building-1080592Il lavoratore malato, quindi, può uscire da casa se ciò non pregiudica il processo di guarigione fermo restando che deve rispettare le fasce orarie di reperibilità che sono assegnate e previste proprio per circoscrivere i lassi temporali in cui ha l’obbligo di restare e farsi trovare in casa. Ciò alla luce anche del fatto che il potere di controllo del datore di lavoro, previsto dall’art. 5 della L. 300/70, va contemperato con l’esigenza di libertà del lavoratore e con il principio di proporzionalità tra violazione e sanzione applicabile ex art. 2106 c.c. Per la Suprema Corte, in definitiva, non si può applicare la sanzione massima del licenziamento neanche nel caso in cui il lavoratore uscendo di casa abbia violato la prescrizione medica in quanto il mancato pedissequo rispetto di quanto prescritto nel certificato medico non può ritenersi di per sè violazione così grave da giustificare il licenziamento in mancanza di una opportuna e precisa prova del pregiudizio eventualmente subito dal datore di lavoro a causa di tale condotta.

Rosy Abruzzo

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