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Diritti umani e diritto sanzionatorio: Guatemala condannato per licenziamento ingiusto

E’ un diritto umano ottenere tutte le garanzie che permettano di raggiungere decisioni giuste” (“es un derecho humano el obtener todas las garantías que permitan alcanzar decisiones justas”).

Così si è espressa la Corte Interamericana dei Diritti dell’Uomo con la sentenza del 3 maggio 2016 sul caso Maldonado Ordoñez contro Guatemala, sancendo in quali casi un licenziamento ingiusto viola il diritto alla legalità, alla difesa ed a un equo processo (qui il link al testo integrale in spagnolo della pronuncia: http://www.corteidh.or.cr/docs/casos/articulos/seriec_311_esp.pdf)

Maldonado contro Guatemala, il caso concreto

La signora Olga Yolanda Maldonado Ordoñez lavorava come impiegata presso l’ufficio della Procura per i Diritti Umani del Guatemala, dove nel corso degli anni aveva rivestito differenti qualifiche: tecnico nel dipartimento di educazione, educatrice, ausiliare dipartimentale del procuratore. Quest’ultimo ruolo, nello specifico, era di particolare rilevanza, in quanto consisteva nella vicerappresentanza del procuratore, anche con funzioni di giurisdizione.
Il 21 febbraio 2000 veniva presentato un esposto contro la signora Maldonado presso la Procura per i Diritti Umani da parte di tre suoi fratelli, nel quale la si accusava di aver falsificato una scrittura privata in una controversia in materia successoria con la propria famiglia. Sulla base di tale reclamo, i signori Maldonado chiedevano espressamente una “sanzione morale” nei confronti della sorella.
A seguito di tale esposto, la signora Maldonado è stata licenziata sia dalla carica di ausiliario del Procuratore che, per estensione, dalla funzione di educatrice. Nelle motivazioni si dava rilievo alla -presunta- falsificazione di cui veniva accusata, sottolineando che costituiva obbligazione in capo alla signora “evitare, all’interno come all’esterno dell’istituzione, la commissione di atti contrari alla legge, alla morale o al buon costume, che danneggiano il prestigio dell’istituzione” (“siendo que como obligación tiene el evitár dentro y fuera de la institución, la comisión de actos reñidos con la ley, la moral o las buenas costumbre [sic] que afectan el prestigio de la institución”). La lavoratrice si è difesa tempestivamente in più sedi, compreso ricorso d’appello e ricorso costituzionale, ritenuto inammissibile per mancata competenza in materia.
Il licenziamento viene inquadrato senza contestazioni nell’ambito di un procedimento disciplinare interno, e nelle argomentazioni dello stato guatemaltese innanzi alla Corte è stato sottolineato come avesse contribuito, ai fini del licenziamento, anche il “fatto che la presunta vittima stava rappresentando il Procuratore per i Diritti Umani in quel momento, per cui doveva mantenere [..] una condotta che le permettesse esercitare autorità morale”.

Le garanzie processuali violate: la posizione della Corte

La Corte analizza dettagliatamente le eccezioni poste dallo Stato e le argomentazioni della ricorrente, specificando quali commi degli articoli 8, 9 25 e 2 (in combinato disposto) della Convenzione siano stati violati.
L’art. 8 della Convenzione risulta violato in più punti, dato che le tutele processuali previste da questa norma fanno parte dell’elenco di garanzie minime che vanno rispettate per ottenere una pronuncia che non sia arbitraria.
Anzitutto è stato violato l’art. 8.2.b sul diritto ad avere una comunicazione previa e dettagliata dell’accusa, in modo da poter correttamente esercitare il proprio diritto alla difesa. Nel caso in concreto, le informazioni fornite alla ricorrente avrebbero dovuto essere chiare circa il processo di licenziamento, prevedendo almeno un minimo accenno al rapporto fra i fatti causa della cessazione del rapporto lavorativo e la disposizione di legge che la signora avrebbe violato con la propria condotta. Inoltre, la Corte sottolinea come nella notificazione del licenziamento non fosse chiaro il motivo per cui la lavoratrice fosse stata sottoposta ad un procedimento disciplinare, senza pertanto poter aver accesso alla ragione specifica per la quale veniva licenziata. A sua volta, quindi, la mancanza di chiarezza circa i motivi del licenziamento hanno impedito alla ricorrente di predisporre una difesa adeguata, con conseguente violazione del suo diritto alla difesa regolato dall’art. 8.2.c della Convenzione.
Risulta violato inoltre anche l’art. 8.1 della Convenzione, in relazione al dovere di motivazione. Sotto questo profilo, a parere della Corte, non si è rinvenuta una motivazione adeguatamente giustificata per il licenziamento della signora Maldonado, mancando una spiegazione di come la condotta della signora rientrasse nelle ipotesi previste dalle norme di legge indicate a fondamento del licenziamento stesso.
Circa il principio di legalità, ritengono i giudici che il licenziamento della signora Maldonado non rientri fra le fattispecie tipizzate come infrazioni disciplinari dal regolamento del personale del procuratore dei diritti umani, con conseguente violazione dell’art. 9 della Convenzione.
Risulta leso anche il diritto alla protezione giudiziaria ed il dovere dello stato di adozione di normative interne, di cui agli artt. 25 e 2 della Convenzione. La Corte al riguardo ha segnalato come la situazione della signora Maldonado fosse completamente priva di protezione giudiziale (“desprotección”), in quanto la confusione e contraddizione dei rimedi della normativa interna non le avevano permesso di accedere ad un ricorso semplice ed effettivo. Gli stessi tribunali a cui la ricorrente si era rivolta, infatti, avevano respinto i ricorsi sulla base di una contraddizione fra le differenti regolamentazioni normative che disciplinano la materia.

Il rapporto fra diritto disciplinare e diritto sanzionatorio

Un aspetto interessante della pronuncia riguarda il cosiddetto diritto “disciplinare”, ovvero quel ramo del diritto deputato a regolare le sanzioni in materia giuslavoristica. Secondo quanto evidenziato dalla Corte, che riprende i passaggi di una perizia, si definisce diritto disciplinare quella branca del diritto sanzionatorio, composto da un insieme di norme volte ad esigere dai destinatari uno specifico standard di condotta nell’esercizio delle loro funzioni. Queste disposizioni permettono di imporre sanzioni ai destinatari che realizzino una condotta definita come “mancanza disciplinare”. Sulla natura sanzionatoria del diritto disciplinare o disciplinatorio si basa l’estensione delle garanzie sostanziali e processuali previste per il diritto sanzionatorio in generale: il diritto disciplinare è una sorta di diritto punitivo che, in quanto tale, si avvicina alle previsioni del diritto penale per cui tali garanzie gli sono applicabili mutatis mutandis, atteso che entrambi utilizzano le sanzioni come principali meccanismi di coercizione.
Par tale motivo, sostiene dunque la Corte, le garanzie di cui all’art. 8.2 della Convenzione non sono da ritenersi esclusive del procedimento penale, potendosi applicare a procedimenti a carattere sanzionatorio tenendo conto, di volta in volta, quali garanzie minime sia necessario determinare a seconda della natura e della portata del procedimento sanzionatorio non penale in corso.

La condanna dello Stato del Guatemala

Data quindi la violazione degli artt. 8, 9, 25 e 2 (in combinato disposto) della Convenzione, la Corte ha stabilito anzitutto che la sentenza di condanna costituisca ex se una forma di riparazione del danno. Nel contempo, ha ordinato allo Stato la pubblicazione della pronuncia e la contemporanea eliminazione dal background lavorativo (“record laboral”) della signora Maldonado di ogni riferimento al licenziamento ingiusto. Dal punto di vista economico, inoltre, sono state inflitte le seguenti sanzioni, da corrispondersi entro un anno dalla sentenza: 25.000 dollari di danni materiali, 55.000 dollari di danni immateriali, oltre ai 10.000 dollari in spese legali da corrispondere direttamente ai legali della ricorrente.

Chiara Pezza

Ndr: tutte le traduzioni dallo spagnolo sono a cura della redattrice Chiara Pezza.

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