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Diritto di “critica storica”? Niente diffamazione

Quando l’esercizio del diritto di “critica storica” scrimina il delitto di diffamazione.

Cassazione Penale, sezione quinta, sentenza n. 47506/2016.

Il delitto di diffamazione di cui all’art. 595 c.p., com’è noto ai più, consiste nell’offendere la reputazione di una persona, in quel momento assente, dinanzi più persone. La comunicazione in questione può avvenire verbalmente, ma anche per iscritto, nei modi più disparati ed anche per mezzo di libri o testi di vario genere. Ebbene, quando il reato di diffamazione è legato al mezzo della stampa, il diritto al rispetto della reputazione altrui deve convivere con il c.d. diritto di critica (disciplinato, in generale, dall’art. 51 c.p. sull’esercizio del diritto).

Che succede, però, se la presunta offesa si trova in uno scritto, già diffuso da tempo e solo riedito, nel quale l’autore ha inserito delle conclusioni  cui lo stesso è giunto sulla base dei propri studi? La Corte afferma che, in questi casi, soccorre il diritto di “critica storica”. Ma di che si tratta? E perché può giustificare tali condotte astrattamente diffamatorie?

Critica storica e metodo scientifico.

Al fine di escludere la responsabilità penale di un autore, in casi come quello di specie, il giudice deve valutare se l’opera “corpo del reato” abbia o meno carattere storico. Tale analisi comporta un accertamento delle fonti indicate ed utilizzate dall’autore  per esprimere i propri giudizi. Ciò significa che, per poter parlare di critica storica, nell’opera deve essersi fatto “uso del metodo scientifico che implica l’esaustiva ricerca del materiale utilizzabile, lo studio delle fonti di provenienza e il ricorso ad un linguaggio corretto e scevro da polemiche personali”.

Non rientra nel potere del giudice determinare se un soggetto possa ritenersi un vero storico. Infatti, la sua valutazione è finalizzata solo a stabilire se l’opera, quale risultato della ricerca svolta dall’autore, possa considerarsi storica, tenuto conto anche dei risultati e delle conclusioni cui è giunta. Le stesse, infatti, pur potendo differire rispetto alle ricostruzioni storiche finora riconosciute, devono fondarsi, tuttavia, su fonti certe ed individuabili.

Questo aspetto è assolutamente imprescindibile. La ricerca dello storico, quindi, comporta la necessità di un’indagine complessa in cui “persone, fatti, avvenimenti, dichiarazioni e rapporti sociali divengono oggetto di un esame articolato che conduce alla definitiva formulazione di tesi e/o di ipotesi che è impossibile documentare oggettivamente ma che, in ogni caso debbono trovare la loro base in fonti certe e d essere plausibili e sostenibili“.

Il diritto di critica quando la tesi proposta risulta non credibile.

Nel caso di specie, l’autore si è limitato a proporre una nuova edizione di un testo, seppur originariamente tacciato di antisemitismo (probabilmente un falso storico), perché da lui ritenuto meritevole di diffusione e commento in ragione della rispondenza del suo contenuto a fatti “falsi, ma veritieri”, in quanto concretamente avvenuti. Nessuna verifica di carattere storico al suo interno, dunque, eppure, secondo la Corte, nessuna diffamazione a sfondo antisemita è dato rinvenire, dato che la tesi dell’autore, seppure obiettivamente non credibile, risulta sostenuta (secondo le regole sopra precisate) sulla base di una pluralità di fonti ed analisi precise e nella stessa individuate.

Laura Piras

 

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