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Disinfettanti nelle aree comuni del condominio: si rischia una condanna

Disinfettanti nelle aree comuni del condominio: si rischia una condanna

 

L’impiego di sostanze potenzialmente tossiche in condominio ha sempre suscitato notevoli perplessità in giurisprudenza. Nella vita quotidiana, il proprietario di un immobile può servirsi variamente di disinfettanti, diserbanti o veleni. Eppure, in ambiente condominiale, l’uso improprio o la scarsa prudenza possono costituire un grave pericolo per gli altri abitanti della struttura, in particolare con riferimento ai soggetti particolarmente deboli come bambini o anziani. La Suprema Corte, con sentenza 11671 del 2016, ha analizzato un caso relativo all’impiego di un potente disinfettante. L’imputata aveva cosparso nel cortile condominiale, senza alcun preavviso e senza considerare gli eventuali rischi connessi alla sua condotta, della creolina, al fine di sterilizzare e minimizzare gli odori dei gatti dei vicini. La sostanza aveva causato ad alcuni tra gli altri condomini irritazioni persistenti agli occhi ed alla gola.

Il reato di “getto pericoloso di cose”

L’art. 674 punisce il “getto pericoloso di cose” ovvero l’atto di versare o gettare in un ambiente potenzialmente esposto all’accesso di soggetti terzi sostanze che possano disturbare, offendere od imbrattare. Il principale dubbio riguarda il regime giuridico del cortile condominiale. La norma parla esplicitamente di “luogo di pubblico transito od in un luogo privato ma di comune od altrui uso”. Il cortile deve necessariamente, secondo i giudici supremi, rientrare in quest’ultima categoria. In questa sede ci limitiamo a considerare incidentalmente che tale dispersione di sostanze tossiche, oltre ad integrare il reato penale menzionato, rappresenta anche un illecito civile: la mancanza di un preventivo accordo in tal senso tra i condomini induce a ritenere che possa trattarsi di un violazione del principio dell’ “uso promiscuo”. E, come tale, esso sarebbe risarcibile.

Il particolare caso delle emissioni odorigene

Per quanto riguarda la fattispecie penale dell’art. 674 vale la pena precisare che essa punisce più schiettamente le emissioni odorose, piuttosto che le lesioni della salute in sé. Si pensi che la Suprema Corte aveva ritenuto la sussistenza, in precedenza, anche per il semplice odore intenso di caffè bruciato. L’unico profilo decisamente rilevante, si legge nella giurisprudenza sul tema, è che l’emissione odorigena sia tale e tanta da causare un concreto disagio alle persone. Eventuali danni alla salute potranno poi essere considerati ai fini di valutare la commissione del diverso reato di “lesioni”.

 

Davide Gambetta

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