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Divisione ereditaria: e se il giudice erra nella formazione delle quote?

Errare è umano, anche per un giudice. Nella divisione ereditaria, se l’errore non crea alcuna conseguenza pregiudizievole, la parte non può dolersene. È quanto emerge dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 17576/2016, la quale ha statuito che, nella divisione ereditaria, se le quote risultanti sono omogenee, il progetto di divisione è senz’altro valido.

Divisione ereditaria: il caso

Fratello e sorella hanno fatto ricorso alla divisione giudiziale per ottenere lo scioglimento della comunione di diversi beni, relativi taluni alla successione del padre, altri alla successione di una zia, altri ancora acquisiti in comunione ordinaria. Al caso di specie, quindi, posto che vi erano diverse comunioni, doveva applicarsi il principio generale secondo cui se vi è una pluralità di masse, ognuna di esse deve essere trattata come un’autonoma divisione.

Divisione ereditaria di masse plurime: il principio di giurisprudenza

Se tra i coeredi vi sono beni in comunione a diverso titolo, è necessario, secondo consolidata giurisprudenza, considerare ogni bene come una comunione a sé stante, salvo che vi sia il formale consenso di tutte le parti a riunire i cespiti in un’unica massa.

Nel caso in esame, il giudice di primo grado, invece, ha provveduto a disporre un unico progetto di divisione, comprendente tutti i beni di cui i fratelli erano comproprietari, e ripartendo quest’unica massa totale in parti uguali tra gli stessi.

Divisione ereditaria: l’errore nel criterio divisionale

Il giudice dell’appello, accortosi dell’errore, ha provveduto allora a distinguere le masse e a disporre tanti progetti di divisione quanti erano i beni comuni a diverso titolo. Secondo la Suprema Corte, però, tale accorgimento non sarebbe stato necessario.

Il giudice del gravame non avrebbe dovuto provvedere d’ufficio alla correzione dell’errore, senza che le parti avessero in alcun modo contestato il criterio usato. Il comportamento acquiescente delle parti può pertanto essere considerato equivalente alla prestazione del consenso ad una divisione unitaria.

Quale diritto si vuole salvaguardare?

A ben vedere, l’errore del giudice di prime cure si è concretizzato nell’aver utilizzato un diverso criterio di calcolo. Tale modalità, però, dato che i fratelli vantavano quote identiche nelle diverse comunioni, non ha portato alcun pregiudizio alle parti.

In questa operazione matematica, infatti, il risultato non cambia: l’esito della divisione sarebbe comunque stato il medesimo. E’ stato quindi tutelato il diritto che si intende salvaguardare nella divisione, quello della parità ed omogeneità della quote spettanti infine ad ogni ex comproprietario.

L’errore del giudice è pertanto scusabile, ma solo quando, nonostante la discrezionalità decisionale, l’esigenza salvaguardata dalla norma applicata è comunque assicurata.

Erica Vianini

Sentenza Cass. Civ. n. 17576/2016

 

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