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Divorzio alla prima udienza ex art. 111 Cost., una sofferenza abbreviata grazie all’orientamento dei Tribunali di Milano e Roma

Nel procedimento di divorzio è ammissibile l’emissione di sentenza non definitiva di cessazione degli effetti civili del matrimonio all’esito dell’udienza presidenziale, al sussistere di determinate condizioni, nel rispetto del principio costituzionale della ragionevole durata del processo.

In caso di espressa rinuncia delle parti alla concessione dei termini di cui all’art. 4, comma 10, l. 898/1970, sarà legittima la sentenza non definitiva sullo status emessa dal Collegio con ordinanza presidenziale, priva dei termini e dell’avvertimento richiesti, con svolgimento nell’immediatezza della prima udienza di comparizione delle parti.

Questo è quanto si legge in due recentissimi arresti dei Tribunali di Roma (17 luglio 2016) e Milano (27 settembre 2016).

Al fine di valorizzare la portata innovativa delle pronunce in commento, è opportuno delineare un quadro sintetico della disciplina in merito al procedimento di divorzio.

Ebbene, il disposto normativo contenuto nell’art. 4 della legge sul divorzio prevede che con l’ordinanza emessa all’esito dell’udienza presidenziale venga assegnato termine al ricorrente per il deposito di una memoria integrativa che abbia i contenuti dell’art. 163, terzo comma, numeri 2),3) 4), 5) e 6) c.p.c.

Si rende evidente la connessione della finalità della norma con la possibilità per il ricorrente di depositare una memoria, con il contenuto di un atto introduttivo del giudizio.

Tale circostanza trova la sua giustificazione nel carattere peculiare dell’udienza presidenziale, ove è necessario che venga esperito il tentativo di conciliazione. E’ proprio in virtù della detta regola che la parte può decidere di porre un limite alle proprie domande, nell’ambito del ricorso iniziale,  forte della possibilità di spaziare mediante la successiva memoria, appunto “integrativa” del ricorso.

Va da sé che tale atto si traduce in una mera facoltà, e non in un obbligo, per la parte che ha interesse ad ampliare l’oggetto del giudizio, mediante la formulazione di ulteriori richieste e domande.

Lo stesso art. 4, al comma 10, l.898/1970, prevede che il presidente conceda, mediante l’ordinanza presidenziale, un termine per la costituzione in giudizio del convenuto, ai sensi degli artt. 166 e 167 c.p.c., che costituisce anch’essa una facoltà e non un obbligo, dovendosi ritenere che il resistente possa già essersi costituito in fase presidenziale.

Dunque, alla luce della disciplina accennata, il Presidente, nel caso in esame, ha confermato i provvedimenti di separazione,  nominando sé stesso G.I., ha tenuto nell’immediatezza udienza di prima comparizione, ove le parti hanno rinunciato ai termini per il deposito delle memorie e chiesto l’emissione di una sentenza non definitiva di cessazione degli effetti civili del matrimonio, rinunciando altresì al deposito delle comparse conclusionali, ed in ultimo ha rimesso  la decisione al Collegio sullo status, in accoglimento della concorde richiesta delle parti.

Il Collegio, pur mettendo in evidenza l’impossibilità di pronunciare sentenza sullo status all’esito dell’udienza presidenziale, essendo rimessa tale decisione allo stesso Collegio, ha affermato che nulla osta all’emissione della sentenza non definitiva di cessazione degli effetti civili del matrimonio all’udienza di prima comparizione e trattazione fissata nella stessa data dell’udienza presidenziale ed all’esito della stessa, sul presupposto di una rinuncia delle parti alla concessione dei termini di cui all’art. 4, comma 10, l.898/1970.

Il suesposto ragionamento si pone in linea con il principio costituzionale di ragionevole durata del processo, ex art. 111 Cost., in  base al quale è necessario scegliere opzioni ermeneutiche che, nel rispetto dei pari principi di rango costituzionale di imparzialità, garanzia del contraddittorio, piena tutela del diritto di difesa, consentano di fornire risposte giudiziarie più rapide.

Virginia Dentici

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