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Divorzio, niente tenuità per la madre che non affida il figlio al padre

Dopo un divorzio, il problema principale resta l’affidamento del figlio o dei figli. Da un punto di vista più propriamente umano, il figlio nasce da un atto d’amore tra un uomo e una donna, e, già questo, porterebbe ad un diritto ‘naturale’: il diritto ad accompagnare nella vita chi lo ha generato. Nella pratica, tuttavia, questo non è facilmente realizzabile ed avvengono così i primi scontri. È il caso di una madre che, dopo il divorzio, aveva deciso di non affidare il figlio al padre negli orari stabiliti, violando così l’ordine del giudice.

Divorzio: il ricorso non accolto dall’ex moglie

Nessuna tenuità per la madre che non affida al padre il figlio. A stabilirlo la Corte di Cassazione con la sentenza 42012, che ha respinto il ricorso di una donna che riteneva di non aver commesso reato, appellandosi all’articolo 131-bis del Codice penale, ovvero ‘l’esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto’.

La moglie giustificava il mancato adempimento dei suoi doveri, affermando che il padre non si presentava in orario e con regolarità durante il suo diritto di visita. Secondo la Corte d’Appello i motivi erano ben altri e da rintracciare nel mancato pagamento di quanto dovuto dopo il divorzio dall’ex marito. L’ipotesi sostenuta, secondo la Cassazione è convincente e per tale motivo il ricorso non è stato accolto.

Divorzio: l’affido condiviso

Nel 2006 è entrata in vigore la legge n. 54 che ha introdotto il  principio dell’affido condiviso ed è stato affermato  e consacrato il principio di bigenitorialità. La legge, quindi, mette al centro l’interesse del bambino, che va cresciuto con la presenza di entrambi i genitori, cercando di mantenere un rapporto continuativo e stabile con ciascuno. Certo, nella pratica non sempre è possibile, ma dopo il divorzio bisognerebbe aspirare a questo principio.

L’affidamento quindi dovrebbe essere condiviso, salvo varie eccezioni in cui si richiede l’affido monogenitoriale, ma non è questo il caso. Quest’ultimo dovrebbe essere perpetrato solo in casi stringenti ed eccezionali, in quanto espone il figlio ad una serie di potenziali problematiche. Incide sull’equilibrio psicologico del bambino e non permette un’armoniosa formazione della sua crescita. Inoltre, nel caso specifico la donna aveva commesso un illecito, in quanto ha violato gli ordini del giudice.

Prima della legge n. 54 del 2006, quindi prima dell’affido condiviso, l’affidamento era stato risolto con quello alternato e poi quello congiunto. In realtà entrambe le soluzioni si sono mostrate controproducenti. L’affidamento alternato non dava stabilità e serenità al bambino, mentre l’affidamento congiunto prevedeva, che per le scelte dei figli, entrambi i genitori dovessero essere d’accordo. Purtroppo, questa condizione non era facile da realizzare, perché il divorzio nasce proprio da una situazione di conflitto tra due persone che non riescono più ad andare d’accordo, ad avere la stessa visione d’insieme.

La soluzione, quindi, più opportuna, al momento, sembra essere l’affidamento condiviso. Questa forma sicuramente masimizza la tutela del minore. Il bambino per crescere ha bisogno dei suoi genitori, ha bisogno di ‘mamma e papà’.

Lucia Picardo

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