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Dj Fabo ha scelto l’eutanasia in Svizzera, ora Cappato rischia fino a 12 anni di carcere

Dj Fabo ha scelto l’eutanasia in Svizzera, ora Cappato rischia fino a 12 anni di carcere

«Sono finalmente arrivato in Svizzera e ci sono arrivato, purtroppo, con le mie forze e non con l’aiuto del mio Stato». È il messaggio registrato da Dj Fabo, al secolo Fabiano Antoniani, dopo il suo arrivo nella clinica Dignitas di Forck, vicino Zurigo, dove si è recato per affrontare la procedura del suicidio assistito, accompagnato – oltre che dall’esponente radicale e tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, Marco Cappato – dalla mamma, dalla fidanzata e da alcuni amici.

Dopo un grave incidente che lo aveva reso cieco e tetraplegico, Antoniani viveva la sua esistenza da «prigioniero del suo corpo» e, da tempo, conduceva una sua personale battaglia per essere lasciato morire. O, come diceva, «per tornare libero». Non era più una questione personale: Dj Fabo ne aveva fatto una battaglia politica, sposando la linea promossa dall’associazione Coscioni che da anni conduce la sua campagna per ottenere finalmente una regolamentazione dei trattamenti di fine vita permettere a ciascun individuo di essere libero di scegliere. «Fatemi uscire da questa gabbia» aveva chiesto rivolgendo nei mesi scorsi un – inascoltato – appello al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

La scelta dell’eutanasia è stato l’atto estremo di questa lotta, dopo che il disegno di legge sul biotestamento, dopo oltre un anno di dibattito e decine di audizioni, ha subito l’ennesimo rinvio. Il testo di legge, infatti, doveva approdare in aula proprio oggi, 27 febbraio, ma l’avvio dell’esame alla Camera è stato rimandato ancora.

Dj Fabo ha dedicato parte del messaggio all’esponente radicale Marco Cappato:«Volevo ringraziare una persona che ha potuto sollevarmi da questo inferno di dolore. Questa persona si chiama Marco Cappato e lo ringrazierò fino alla morte. Grazie Marco, grazie mille». «Grazie a te Fabo», risponde il tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, che adesso rischia da 5 a 12 anni di carcere perché nel nostro ordinamento le condotte di assistenza a coloro che si sottopongono ad eutanasia attiva è punita dal codice penale come «aiuto al suicidio» (art. 580 c.p.). «Al mio rientro in Italia, nella giornata di domani, andrò ad autodenunciarmi, dando conto dei miei atti e assumendomene tutte le responsabilità», dichiara Marco Cappato, intenzionato così a portare avanti la lotta di Dj Fabo.

Dietro i casi più eclatanti, sono decine le storie di uomini che decidono di rivolgersi alle cliniche svizzere per porre fine alle sofferenze. Solo nel 2016, spiega Emilio Coveri, presidente di Exit Italia (Associazione italiana per il diritto a una morte dignitosa). Sono «90 al mese i cittadini italiani – aggiunge Coveri – che chiamano l’associazione Exit Italia per chiedere di avere informazioni su come ottenere il suicidio assistito in Svizzera. E mi è capitato anche di ricevere due richieste per pazienti minorenni, da parte di genitori disperati. Naturalmente, per loro non abbiamo potuto fare nulla».

«A giudicare dalla crescita vertiginosa delle chiamate che riceviamo – aggiunge ancora il presidente di Exit- è davvero urgente una legge anche in Italia, un Paese che obbliga ancora oggi a morire in esilio. Ma non credo che verrà fuori una buona legge e chi potrà permettersi di pagare continuerà ad andare in Svizzera per morire dignitosamente».

Stando ai dati di una ricerca condotta dall’Istituto SWG su commissione dell’Associazione Coscioni il 77% degli italiani si attende che una legge sul fine vita venga approvata prima possibile.

In questi ultimi dieci anni l’opinione pubblica è cambiata moltissimo, spiega il dottor Mario Riccio, l’anestesista che aveva interrotto la ventilazione meccanica che teneva in vita Piergiorgio Welby.

djFabo«Il caso Welby, e poi i casi Englaro e Piludu – aggiunge il medico – sono serviti a far maturare convinzioni e ad approfondire il tema del fine vita. Abbiamo però assistito a una continua e costante opposizione da parte della politica che, quasi come ripicca, come forma vendicativa, oppone con forza una propria visione della vita anche ad altri». Riccio esorta i suoi colleghi a far sentire la propria voce: «siamo l’unico Paese che ancora discute di direttive anticipate di trattamento. Ci chiediamo ancora se si possano interrompere o meno le terapie, se un paziente possa rinunciarvi. Tutto questo mentre negli altri Paesi dell’Occidente avanzato si parla di scegliere se depenalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Dovrebbe adesso arrivare in Aula un progetto di legge ancora con tanti limiti, che rischia comunque di limitare, se non annullare, la volontà del paziente. Fuori dai nostri confini si discute di ben altro, siamo indietrissimo e il caso di Dj Fabo è il risultato di questa arretratezza culturale». In Italia, spiega ancora Riccio, «non si parla neanche di sedazione palliativa profonda continua, esclusa anche dal ddl Lenzi». Di sedazione palliativa parlava invece la proposta-testamento di Veronesi, rimasta anch’essa lettera morta.

(Amer)

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