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Ecoreati, la prima sentenza della Suprema Corte sul nuovo delitto ambientale

“Il mare sta morendo di dolore, i fiumi di vergogna e impurità” così cantavano Albano e Romina nel Sanremo 1989.

A questa situazione di grave inquinamento ambientale il legislatore italiano ha finalmente cercato di porre rimedio con la riforma del 2015, volta a dare attuazione alla direttiva comunitaria n. 99/2008 a tutela dell’ambiente.

E’ stato introdotto nel codice penale il nuovo art. 452-bis che prevede il delitto di inquinamento ambientale e su questa recentissima fattispecie di reato si è già formata la prima pronuncia della Corte Suprema, la sentenza n. 46170 del 3 novembre 2016,  in relazione ad una questione inerente l’inquinamento delle acque del golfo di La Spezia

Ecoreati, la tutela penale contro l’inquinamento ambientale

Fino a questo momento nell’ordinamento italiano la tutela penale ambientale si arrestava a livelli insufficienti, confinati alla previsione di ecoreati nella forma di un reato di pericolo in forma di contravvenzione con livelli di pena piuttosto miti e soggetto ad una prescrizione breve.

La nuova fattispecie incriminatrice configura invece un delitto punito con sanzioni penali detentive e pecuniarie molto gravi con una particolare efficacia deterrente a tutela dell’ambiente. Il nuovo reato è un delitto di evento per la cui configurazione si richiede quindi un danno in termini di compromissione o deterioramento dell’ambiente, con ciò intendendosi in senso ampio ogni forma di pregiudizio ambientale fino ad arrivare alla soglia del disastro ambientale punito in forma aggravata dall’art. 452-quater c.p. fermi i casi di aumento di pena qualora dell’inquinamento ambientale siano derivate morte o lesioni a terzi.

Le condotte sanzionate potranno pertanto essere tutte quelle, attive o omissive, da cui derivi una qualsiasi forma di deterioramento dell’ecosistema, configurandosi il delitto come reato a forma libera connotata dal dolo generico.

Ecoreati, la prima pronuncia della Suprema Corte

E’ arrivata nel novembre 2016, dopo circa un anno dall’introduzione della novella normativa, la prima sentenza della Corte di Cassazione penale su tale nuova fattispecie di reato ambientale.

Nel caso di specie, la Corte è stata chiamata a pronunciarsi sul ricorso contro un’ordinanza del tribunale di La Spezia che accoglieva l’istanza di riesame avverso un decreto di sequestro preventivo in relazione al reato di inquinamento ambientale di cui all’art. 452-bis cod. pen., concretatosi nell’avere omesso di rispettare determinate norme progettuali la cui inosservanza aveva provocato la dispersione di sedimenti di idrocarburi e metalli pesanti nelle acque circostanti e il conseguente trasporto degli inquinanti in essi contenuti così da cagionare un deterioramento ed una compromissione significativa delle acque del golfo di La Spezia.

La Corte ha fornito alcuni importanti chiarimenti interpretativi.

In primo luogo, ha  ritenuto, in conformità al carattere di reato a forma libera della nuova norma, che il concetto di “condotta abusiva” vada inteso in senso ampio, comprensivo non soltanto di quelle condotte poste in essere in violazione di leggi statali o regionali, ancorché non strettamente pertinenti al settore ambientale, ma anche di prescrizioni amministrative.

In secondo luogo, ha chiarito che i concetti di “compromissione” e “deterioramento” indicano fenomeni sostanzialmente equivalenti negli effetti, in quanto si risolvono entrambi in una alterazione, ossia in una modifica dell’originaria consistenza della matrice ambientale o dell’ecosistema, con ciò intendendosi ogni forma di inquinamento o semplice deterioramento ambientale.

Ha ancora precisato che il termine “significativo” richiede che tale alterazione dell’ecosistema per essere penalmente sanzionata sia rilevante, consistente e misurabile in termini quantitativi, qualitativi e oggettivi, senza che sia tuttavia necessaria una situazione di macroscopica evidenza.

Infine ha ritenuto che non sia necessario, come invece ritenuto dal Tribunale del riesame, che venga accertata una condizione di tendenziale irrimediabilità dell’alterazione ambientale, essendo invece sufficiente uno squilibrio funzionale o strutturale, evidenziato, nel caso in esame, dal livello di torbidità accertato e dalla oggettiva presenza nelle acque dell’area interessata di sostanze tossiche idonee alla contaminazione ambientale.

E peraltro la Cassazione evidenzia anche la sussistenza dell’elemento soggettivo caratterizzato dal dolo generico come coscienza e volontà di cagionare l’inquinamento ambientale, in virtù della finalità del realizzatore dei lavori che perseguiva l’obiettivo di conseguire il massimo profitto con il minor dispendio di costi e lavori anche a costo di penalizzare l’ambiente, compiendo condotte reiterate e mirate.

La pronuncia dunque offre un’interpretazione della norma volta a garantire un elevato grado di applicabilità interpretando i requisiti richiesti dall’art. 452-bis in senso restrittivo al fine delle massima repressione dei reati ambientali.

Martina Scarabotta

 

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