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“Fine pena: ora”, lettere dall’ergastolo

«Mi importa attestare alcune cose sulla vita di un ergastolano che normalmente non emergono, e cioè il suo cammino narrato da un terzo che ne ha ricevuto la confidenza disinteressata, e perciò attendibile».

È questo il segreto di «Fine pena:ora». È questo che fa del libro di Fassone una creatura da custodire tra le mani. Mentre lo si legge, ci si sente “spaccati in due”: l’istinto di divorarne una pagina dopo l’altra lotta con la voglia di procedere lentamente, per paura che le parole si esauriscano troppo in fretta.

Sono parole semplici, sincere e potenti quelle di Elvio Fassone. Non voglio dirvi di cosa parla il libro; sono pagine che vanno valorizzate dalla sensibilità del lettore. Potrei presentarvele dicendo che si tratta di un rapporto epistolare tra un ergastolano e il giudice che lo ha condannato, ma «Fine pena: ora» è molto di più. La verità è che questo “di più” non capirete cos’è finché non incontrerete personalmente la carta stampata.

Quello che posso dirvi, però, è che sarete testimoni indiretti di una storia estremamente vera. Fassone non ha bisogno né di orpelli né di pietismi: bastano le parole di Salvatore a restituire dignità all’umano.

«La speranza so cos’è, anche se qui ci sta a fatica. Ma che cos’è la dignità non sono sicuro. Ce l’ho anch’io la dignità? Se dice che non la devo perdere, vuol dire che ce l’ho già adesso, io Salvatore ho la dignità, anche se ci ho l’ergastolo addosso […]».

Salvatore ha l’ergastolo addosso; e la speranza, in carcere, non è l’ultima a morire: il “fine pena: mai” blocca la vita su un unico fotogramma. Quell’«anno 9999» appuntato sulla cartella di S. è il senso di un’eternità senza sbocco. L’esistenza di un ergastolano, dunque, è aridamente condensata in un numero. Un numero che ha sostituito la parola “mai” per essere letto dal sistema informatico dell’amministrazione carceraria. Un numero che, nella sua aritmetica freddezza, esprime il senso di una pena senza tregua.

«Se è vero che anche la pena può dare un frutto, ebbene il frutto è davvero maturo, è il momento di coglierlo altrimenti marcisce. Ma fuori non lo sanno […] Se almeno gli scienziati inventassero lo psicoscopio, con il quale guardare dentro l’anima, e scoprire quand’è che un individuo si è rieducato… Ma lo psicoscopio non esiste».

«La pena deve tendere alla rieducazione del condannato»

Rieducazione. È a questo che la pena deve tendere secondo quanto stabilito dal comma 3 dell’art. 27 Cost. Il problema, però, è capire come punire e perché. Gli stessi interrogativi di Fassone non possono che riproporsi nella mente di ciascuno di noi.

Ad esser certa è la pena o la vendetta?

Si può davvero pretendere di rieducare chi non avrà mai l’occasione di risocializzare?

È giusto mantenere in vita una pena come l’ergastolo?

Tra il «nessuno tocchi Caino» e il «qualcuno pensi ad Abele» c’è un vortice di sentimenti che mi suggerisce di procedere in punta di piedi. Non voglio darvi soluzioni né risposte definitive; continuerò a sentirmi “spaccata in due”, limitandomi a fornire qualche spunto di riflessione.

I tentativi di quanti avrebbero voluto la “condanna a morte dell’ergastolo” sono (fino ad ora) falliti. Lo testimonia il referendum del 1981, in occasione del quale gli italiani si schierarono contro l’abolizione del “fine pena mai”; quello stesso “fine pena mai” che la Corte Costituzionale aveva reputato legittimo nel 1974. La pena – si disse – ha sì funzione rieducativa, ma anche retributiva e di difesa sociale; la risocializzazione dell’ergastolano non è un’utopia, stante i benefici della liberazione condizionale e della semilibertà. L’istituto, dunque, si sottrae alle censure perchè privo (ormai) dei caratteri della perpetuità.

Il problema, però, si pone per il cd ergastolo ostativo.

Si tratta di un tipo di ergastolo che inibisce la concessione di benefici e misure alternative ai condannati per alcuni gravi delitti (associazione mafiosa, terrorismo…). L’art. 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario riserva il “trattamento di favore” a chi decida di collaborare con la giustizia.

Che dire, allora, di chi non accede alla liberazione condizionale? Come rieducare chi è destinato a quell’eternità senza sbocco che Fassone riconosce sulla cartella di Salvatore?

La questione è stata riproposta, ma la Corte Cost (sentenza 135/2003) ha chiarito che il divieto di concessione del beneficio non discende dalla norma in sé: esso deriva dalla scelta di chi, pur potendo collaborare, decide di non farlo. Insomma, è come se si dicesse al condannato che non può sprecare un’occasione e poi biasimare lo stesso sistema che gli ha teso una mano.

«Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità»

Ergastolo o no, un dato è certo: «il carcere, ce lo ha detto l’Europa più volte condannando l’Italia per trattamento inumano e degradante (art. 3 della Convenzione dei diritti dell’Uomo), è una grande vergogna nazionale».

Sono queste le parole di Marcello Bortolato, Magistrato di sorveglianza che ha coordinato il Tavolo n. 2 degli Stati generali dell’esecuzione della pena. (Per l’intervento pubblicato su “Questione giustizia”, rivista edita dall’Associazione Magistratura Democratica, cliccare qui).

E’ la voce di chi non ha dimenticato che la dignità è di tutti. E’ la voce di chi crede che ci sia spazio per una pena effettiva, ma non per questo meno umana.

Si auspica, dunque, una progressiva “umanizzazione” della pena. «È tempo di riconsiderare finalità e presupposti del sistema delle preclusioni (art. 4 bis ord. penit); di dare nuovo slancio alla discrezionalità delle decisioni della magistratura di sorveglianza sui percorsi rieducativi del singolo.

[…] E mi tornano in mente le parole di Elvio Fassone: la legge, guidata dalla necessità di procedere per generalia, tritura impassibile. Anch’essa incolpevole, non può dedicare un comma speciale per ogni Salvatore del mazzo».

O forse sì?

Claudia Chiapparrone

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