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Esposto al COA, tra diffamazione e scriminante

Esposto al COA, tra diffamazione e scriminante.

Sebbene datate 1600, le parole di Francisco De Quevedo  – “Colui che perde la reputazione per gli affari, perde affari e reputazione” – possono  apparire confacenti anche ai giorni nostri. Nonostante l’evoluzione, nonostante la tecnologia, la reputazione è, infatti,  ancora qualcosa che vale la pena difendere.

Per cui, se la nostra reputazione viene offesa, ecco che ci giunge in soccorso, l’art. 595 c.p. – rubricato “Diffamazione”- che punisce chi, comunicando con più persone, offende appunto l’altrui reputazione.

Tuttavia non sempre atti che noi riteniamo possano offendere la nostra reputazione, costituiscono il reato di diffamazione. Ad esempio, già nel 2010,  la Corte di Cassazione ha avuto modo di precisare che“ non integra il delitto di diffamazione la condotta di colui che invii un esposto al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati contenente dubbi e perplessità sulla correttezza professionale del proprio legale, considerato che, in tal caso, ricorre la generale causa di giustificazione di cui all’art. 51 c.p., sub specie di esercizio del diritto di critica, preordinato ad ottenere il controllo di eventuali violazioni delle regole deontologiche”.

Ebbene, con la sentenza n. 42576 del 07.10.2016,  la Suprema Corte è andata oltre.

Esposto al COA, tra diffamazione e scriminante. Il fatto.

scriminante-esercizio-del-diritto

Con sentenza del 15 aprile 2015 il Tribunale di Nola, in funzione di giudice di appello, ha confermato la sentenza di condanna di primo grado, per il reato di diffamazione ai danni di chi avrebbe offeso la reputazione del professionista, comunicando, al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, che la richiesta dal parte del legale di onorari per una diffida allo stesso inoltrata, senza il previo rilascio di una fattura per la prestazione richiesta, costituiva a suo dire “un tentativo di truffa”.

Avverso tale sentenza l’ imputato ha proposto ricorso per cassazione lamentando sia la mancanza in capo allo stesso dell’elemento soggettivo del reato ascritto, – essendo operativa la causa di giustificazione di cui all’art. 51 c.p. o della causa di non punibilità ex art. 598 c.p., – non avendo il ricorrente l’intento di calunniare l’avvocato; sia la mancata diffusione della diffamazione.

Esposto al COA, tra diffamazione e scriminante, la Cassazione.

La Corte di Cassazione, partendo dall’orientamento su esposto,  ha evidenziato come “Nel caso di specie, l’iniziativa dell’imputato, controparte del cliente assistito dall’avvocato, odierna persona offesa – pur nel convincimento (erroneo) che la mancata emissione della fattura da parte di quest’ultima per la propria prestazione professionale, in coincidenza di una richiesta di recupero crediti, integrasse un illecito tributario e nel dubbio che lo stesso fatto potesse avere anche una rilevanza penale – era parimenti finalizzata ad ottenere il controllo da parte dell’Organo competente di eventuali violazioni di regole deontologiche poste in essere dal legale e non voleva quindi lederne la dignità e reputazione”.

Secondo la Corte, dunque la condotta dell’imputato rientra nell’esercizio del diritto di critica di cui all’art. 51 c.p., in quanto lo stesso, rappresentando in termini dubitativi la condotta del legale,  voleva meramente investire, della valutazione della  correttezza di tale condotta,  un organo dotato di una competenza qualificata in materia. Organo, tra l’altro, che – unico destinatario della comunicazione inviata dal ricorrente – ha escluso che sia stata lesa la dignità e la reputazione del professionista.

Nessuna diffamazione quindi cari Avvocati, rassegniamoci ad essere “criticati”!

Iolanda Giannola

 

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