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Facebook non collabora…e la giustizia si ferma!

Può la “mancanza di collaborazione” bloccare l’azione della magistratura penale? E’ quanto accaduto nel settembre scorso, dove la condotta tenuta dai gestori di Facebook ha portato la Procura di Santa Maria Capua Vetere all’archiviazione per un presunto caso di diffamazione online. Scrivendo un nuovo capitolo del controverso rapporto tra giustizia e social media.

Lo scontro FBI-Apple dopo San Bernardino

E’ passato poco meno di un anno dalla “strage di San Bernardino”, e cioè dalla sparatoria che provocò 14 morti e 24 feriti in un centro sociale per disabili in California. La polemica più accesa, quella volta, non riguardò tanto lo stato della sicurezza o la facile diffusione di armi negli States.

L’FBI, subito impegnata nelle indagini al fine di ricostruire l’attentato e possibili legami con il terrorismo jihadista , ritenne necessario avere accesso all’Iphone di uno dei responsabili della strage, Syed Farook. La relativa richiesta venne però clamorosamente respinta dalla Apple:  la riscrittura del codice software, anche se finalizzata ad acquisire dati su decisione di un giudice, avrebbe comportato- secondo il colosso tecnologico di Cupertino – un’inaccettabile violazione della privacy. Da quel momento ha avuto inizio un vero e proprio scontro tra Governo USA ed Apple, dove non sono mancati colpi di scena, come ad esempio lo sblocco dell’Iphone del terrorista ad opera del Governo medesimo, senza l’assistenza (ed il consenso) della società presieduta da Tim Cook.

Il caso in Campania

Una vicenda parzialmente analoga si è verificata in questi mesi in Campania. Negli uffici della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere viene depositata nel Maggio 2016 una querela, con la quale viene segnalato un nuovo caso di diffamazione sul web, verificatosi in occasione di una consultazione elettorale alla quale il querelante aveva preso parte come candidato. Quattro mesi dopo le indagini così avviate si concludono con una richiesta di archiviazione.  Ma la motivazione posta alla base della richiesta del pubblico ministero è la scarsa collaborazione, manifestata dai gestori di Facebook, il social network dove si sarebbe verificata la diffamazione.

Precisamente, non si evidenzia una vera e propria reticenza da parte del social di Palo Alto. Il vero problema è dato dal fatto che la disponibilità dei dati telematici- che avrebbero potuto portare all’individuazione del responsabile del delitto per cui si procedeva- è stata subordinata da Facebook esclusivamente ad una rogatoria internazionale, visto che il social è sottoposto alla giurisdizione degli Stati Uniti. Si sarebbe così innescato il relativo procedimento ,con conclusione entro ben 12 mesi dalla commissione del delitto. Entro tale termine- sottolinea il pm- sarebbe però sostanzialmente impossibile poi pervenire all’identificazione dell’autore del reato. Da qui, la richiesta di archiviazione.

“Trionfo” della giustizia o tutela della privacy?

L’aspetto della vicenda descritta che maggiormente colpisce è quella sorta di “senso d’impotenza” che sembra avvertirsi. A venire in rilievo non c’è alcuna ipotesi di illegalità, e corretta è la procedura che Facebook ha richiamato per la fornitura dei dati richiesti dalla magistratura italiana.  Ci si chiede, però, se una tutela “assoluta” della riservatezza, , o il rispetto di formalità, o anche la semplice decisione di un solo soggetto di diritto possano portare tranquillamente al sacrificio di un diritto parimenti essenziale, quale quello ad una giustizia efficace, e quindi tale da veder rispettati anche i propri tempi (sicuramente brevi quando si tratta di indagini preliminari in ambito penale). E ci si chiede se invece non sia più opportuno operare un bilanciamento caso per caso, soprattutto quando si corre il rischio di non assicurare la certezza della pena a fronte di fatti penalmente rilevanti, e quindi gravi.

Tra l’altro il fenomeno della diffamazione online in Italia è sempre più in costante ascesa. Casi ancor più recenti hanno dimostrato come lo stesso, ove non arginato (quindi anche attraverso l’intervento della magistratura), possa portare a conseguenze che vanno ben oltre la semplice lesione di decoro e dignità. Il suicidio di Tiziana Cantone ne è, purtroppo,  chiara testimonianza.

Antonio Cimminiello

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