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False richieste di assunzione per ottenere permessi di soggiorno, condannati impiegati di Comune e Prefettura

Stranieri del Bangladesh pagavano ingenti somme di denaro per ottenere false richieste di assunzione che gli consentissero di ottenere il permesso di soggiorno.

Gli extracomunitari venivano introdotti in Italia da un’organizzazione criminale di cui facevano parte, oltre a due bengalesi, anche un’impiegata della Prefettura di Macerata e un dipendente del Comune di Osimo. A scoprire l’associazione è stata la Questura di Macerata, le cui indagini hanno disvelato come i due bengalesi contattavano connazionali disposti a pagare per ottenere i nulla osta necessari al rilascio del visto di ingresso. A inchiodarli sono state le intercettazioni telefoniche, grazie alle quali è emerso che i soldi venivano raccolti e consegnati all’impiegata prefettizia.

Permessi di soggiorno, i fatti

Nel 2010 il tribunale di Macerata ha condannato i due bengalesi a due anni di reclusione e al pagamento di una multa di 533 euro per associazione per delinquere e per aver favorito l’ingresso illegale di stranieri in Italia. In appello la pena della reclusione è stata ridotta ad un anno. I due imputati hanno chiesto che venisse annullato il procedimento di primo grado, in quanto non era stato preceduto dall’interrogatorio previsto dall’art. 415bis del codice di procedura penale, secondo cui “se l’indagato chiede di essere sottoposto ad interrogatorio il pubblico ministero deve procedervi”; inoltre i due hanno contestato che competente a giudicarli fosse il tribunale di Macerata.

Permessi di soggiorno, la corte d’appello si pronuncia

La corte d’appello ha respinto l’eccezione di incompetenza territoriale, affermando che la sede operativa della associazione risiedeva proprio a Macerata, dove l’impiegata della Prefettura aveva stabilito la sede operativa dell’associazione stessa. Inoltre i giudici non hanno accolto la richiesta di nullità del giudizio di primo grado, in quanto obbligatorio non è l’interrogatorio in sé, ma la convocazione. In effetti l’imputato che ne aveva fatto richiesta era stato ritualmente convocato, ma l’interrogatorio non era stato reso poiché, dopo la notifica della convocazione, era stato arrestato per evasione dagli arresti domiciliari e quindi era impossibilitato a presentarsi. Tuttavia anche se effettivamente sussistesse la nullità, essa sarebbe stata sanata dalla scelta del rito abbreviato fatta dagli imputati.

I due bengalesi si sono difesi nel merito affermando di essersi limitati a fare da intermediari, senza percepire alcun profitto, e questo escluderebbe la loro partecipazione all’associazione. Inoltre la loro condotta sarebbe giustificata ai sensi dell’articolo 54 del codice penale, che disciplina lo stato di necessità, in quanto il loro intento era quello di aiutare connazionali a sottrarsi ad una vita misera. Gli imputati hanno anche chiesto la circostanza attenuante di avere agito per particolari valori morali. Il giudice di appello ha dichiarato incontestabile la partecipazione degli imputati all’associazione per delinquere, in quanto gli stessi imputati avevano ammesso di avere garantito all’associazione di ottenere il prezzo convenuto e di farsi tramite per l’incasso di somme.

Permessi di soggiorno, escluso lo stato di necessità

rinnovo-permesso-di-soggiorno-colf-e-badanti-440x270I giudici hanno anche escluso lo stato di necessità, giacchè non vi era alcun pericolo attuale di danno grave alla persona, non potendo questa nozione coincidere con la provenienza dei clandestini da Paesi di condizioni di vita meno floride di quelle europee. Allo stesso modo è stata respinta la richiesta della circostanza attenuante di aver agito valori morali, “giacchè”, come hanno scritto i giudici nella sentenza “essi avevano invece forzato il sistema di ingresso in Italia dando credito ad associazioni criminali degne di discredito sociale”.

La Suprema Corte, a cui hanno fatto ricorso i due bengalesi, si è soffermata a lungo sulla configurabilità del reato associativo, contestata dagli imputati, tornando così su un tema che da anni anima il dibattito in dottrina e in giurisprudenza, essendo quello previsto dall’art. 416 un reato caratterizzato da eccessiva indeterminatezza, in particolare sotto il profilo della partecipazione all’associazione. “Ai fini della configurabilità del reato associativo, ciò che rileva è l’effettivo contributo fornito con carattere di stabilità, al raggiungimento degli illeciti fini della struttura criminosa”, ha chiarito la Cassazione, “restando invece irrilevanti le ragioni per le quali si partecipa alla vita della societas sceleris”. Inoltre il fatto che gli imputati non abbiano conseguito profitti non esclude il concorso nel reato, dato che, come hanno affermato i giudici “la fattispecie incriminatrice richiede esclusivamente una condotta di partecipazione che è di per sé sola sufficiente ad integrare il delitto che è a forma libera, integrabile cioè da un qualunque comportamento […] che apporti un contributo, ancorché minimo, ma non insignificante, alla vita della struttura ed in vista del perseguimento del suo scopo”. Non è neanche necessaria l’esplicita manifestazione di una volontà associativa, potendo la consapevolezza dell’associato essere provata attraverso comportamenti significativi che si concretino in una attiva e stabile partecipazione. A dimostrare l’inserimento organico nell’associazione ed una ripetitività delle condotte vi sono le numerose telefonate intercettate con l’impiegata della Prefettura, al vertice del gruppo. Per questi motivi la Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi degli imputati, la sentenza d’appello.

Eliseo Davì

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