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Favor di pena per l’evasore che collabora

Sconto di pena per il condannato evasore che paga al Fisco, al momento della ricevuta notifica dell’accertamento tributario. A dirlo, è la terza sezione penale della Corte di Cassazione con sentenza n. 38850/2016.

L’imprenditore evasore veniva condannato con rito abbreviato, ad un anno e mezzo di reclusione poiché, nella qualità di legale rappresentante di una società in accomandita semplice, aveva indicato elementi passivi inesistenti nella dichiarazione I.V.A. dando luogo ad una ingente detrazione della stessa.

La disciplina:

La Corte è stata chiamata a giudicare sul ricorso esperito contro la condanna per il delitto di cui all’ art. 2 d.lgs. 74/2000, che così afferma:

Dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti. 

  1. E’ punito con la reclusione da un anno e sei mesi a sei anni chiunque, al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, avvalendosi di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, indica in una delle dichiarazioni relative a dette imposte elementi passivi fittizi. 
  2. Il fatto si considera commesso avvalendosi di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti quando tali fatture o documenti sono registrati nelle scritture contabili obbligatorie, o sono detenuti a fine di prova nei confronti dell’amministrazione finanziaria”.
passività fittizie nella dichiarazione I.V.A.
Passività fittizie nella dichiarazione I.V.A.

Il ricorso

Come primo motivo, il ricorrente contestava la violazione dell’art.521 c.p.p. eccependo la nullità della sentenza per una presunta modifica del capo di imputazione, lesiva del “principio di correlazione tra accusa e sentenza“. Tale effetto si verifica quando il fatto ritenuto si trovi in un nesso di incompatibilità ed eterogeneità con la decisione, determinando la lesione principio di difesa.

Il secondo motivo contestava la violazione dell’art. 62-bis c.p. per la mancata applicazione delle circostanze attenuanti generiche, pur a fronte della condotta collaborativa del condannato che aveva effettuato il pagamento della prima rata lo stesso giorno in cui riceveva per notifica l’accertamento tributario.

Il terzo motivo,  eccepiva  la violazione dell’art. 13 d. lgs. 74/2000, per essere stata negata in secondo grado l’applicazione dell’attenuante per mancanza di prove sul versamento già compiuto.

La decisione

La Corte, considerati congiuntamente i primi due motivi, ha affermato che la nozione strutturale di “fatto” vada considerata anche da un punto di vista funzionale.  Secondo l’orientamento maggioritario, si ha un mutamento del fatto qualora si verifichi una trasformazione radicale della fattispecie concreta nella quale possa sussumersi l’ipotesi astratta, tale da configurare incertezza sull’oggetto dell’imputazione e dunque un pregiudizio al diritto di difesa alla luce delle risultanze probatorie (Cass. pen. sent.n. 28887/2013; Cass. pen. sent. n. 15655/2008).

I giudici di legittimità hanno, poi, rilevato che la condotta non fosse stata modificata nella sua sussumibilità e che quantunque affetta da un mero errore materiale, rimaneva ascrivibile alle previsioni di cui all’ art. 2 d.lgs. 74/2000.

In merito alla presunta lesione del principio di difesa, si è inoltre rilevato come la consapevolezza del condannato, attesa la sua condotta collaborativa nei confronti del Fisco, sia stata al contrario elemento fondativo dell’esercizio del diritto fondamentale durante i due gradi di giudizio, alla luce dell’esistenza di meri errori materiali riscontrabili in appello.

Con riferimento al secondo motivo di gravame, si è esclusa l’applicabilità delle circostanze attenuanti generiche ex art. 62 – bis c.p. per l’uso fraudolento delle fatture (che ne esclude l’applicabilità), potendo il giudice negarle facendo solo ed esclusivo riferimento agli atti decisivi e rilevanti a tale scopo e senza che rilevino condotte partecipative del condannato.  Tali condotte però, incidono sull’ultimo motivo del ricorso (Cass. pen. sez.III, sent.n. 28535/2014).

L’art. 13-bis d.lgs. n. 74/2000, introdotto dal d.lgs. 158/2015 dichiara: «Fuori dai casi di non punibilità, le pene per i delitti di cui al presente decreto sono diminuite fino alla metà e non si applicano le pene accessorie indicate dall’ art. 12 se, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, i debiti tributari, comprese sanzioni amministrative e interessi, sono stati estinti mediante integrale pagamento degli importi dovuti, anche a seguito delle speciali procedure conciliative e di adesione all’ accertamento previste dalle norme tributarie».

Il Supremo Consesso ha rilevato che la Corte d’Appello di Perugia aveva negato detta attenuante in ragione della mancata prova sull’integrale pagamento, risultando però in contrasto con la decisione del Tribunale di Fermo che al contrario non aveva disposto la confisca proprio in forza del pagamento di parte delle somme nel medesimo giorno di ricevimento della notifica. Ha infatti dichiarato che “l’adesione dell’imputato all’accertamento, risultante dagli atti, unitamente al versamento da parte sua dei ratei pattuiti, renderebbe la confisca una duplicazione degli importi che già l’amministrazione finanziaria ha recuperato o sta recuperando“.

La Corte ha rigettato i primi due motivi, annullando con rinvio per il terzo motivo.

http://www.italgiure.giustizia.it/xway/application/nif/clean/hc.dll?verbo=attach&db=snpen&id=./20160921/snpen@s30@a2016@n38850@tS.clean.pdf

Sarah Viscardi

 

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