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Furbetti del cartellino: nessuno sconto dalla Cassazione

Nessuna chance per chi si attesta falsamente  la propria presenza in servizio attraverso la timbratura fittizia del cartellino marcatempo. Perfettamente in linea con lo zeitgeist, la Cassazione ( sent. n. 17637/2016) conferma la legittimità della misura sanzionatoria del licenziamento disciplinare irrogato nei confronti di mi impiegato che, pur risultando in servizio, trascorreva le ore lavorative altrove.

Il (nuovo) caso del falso cartellino.

Il caso che ha recentemente occupato i giudici di legittimità  riguarda la vicenda di un ex dipendente di un’azienda sanitaria locale che, dopo aver timbrato il cartellino all’ingresso, usciva per dedicarsi ad attività estranee rispetto a quella lavorativa e rientrava a fine giornata per effettuare la timbratura del cartellino in uscita.

La condotta descritta, già condannata nei due gradi di merito, è stata ritenuta dalla Corte rientrante in una delle fattispecie contemplate dal decreto 165/2001 (Testo unico sul pubblico impiego) per le quali è prevista la sanzione disciplinare del licenziamento.

Viene richiamato, all’uopo, l’articolo 55 quater del Testo unico che prevede, in proposito, che incorre nel licenziamento il dipendente pubblico che si rende responsabile di “falsa attestazione della presenza in servizio, mediadownloadnte l’alterazione dei sistemi di rilevamento della presenza o con altre modalità fraudolente”.

Dalla falsa presenza alla truffa il passo è breve …

Attenzione, però.

Perché se è vero che, nell’ambito di questa disposizione richiamata rientra lo specifico comportamento del pubblico dipendente che timbra il cartellino, in entrata e in uscita, senza svolgere effettivamente alcuna prestazione lavorativa, ad avviso della Cassazione, la falsa attestazione circa l’effettiva presenza in servizio riportata sul cartellino può anche integrare gli estremi del reato di truffa aggravata, che si realizza nel caso in cui “i periodi di assenza ingiustificata siano da considerare economicamente apprezzabili, ovvero tali da arrecare un pregiudizio valutabile in termini monetari a carico della pubblica amministrazione“.

La sentenza conferma l’attenzione della Cassazione su un tema quanto attuale quanto “dispendioso” che, tuttavia, sembra colpire esclusivamente l’attenzione dei media e non quella dei pubblici dipendenti.

Fabiola Fregola

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